Un’analisi che prende le mosse dalle elezioni americane di medio termine per affrontare una questione raramente approfondita nel dibattito pubblico: il significato politico e simbolico della partecipazione al voto di Papa Leone XIV e le possibili ripercussioni del confronto tra la Casa Bianca e la Santa Sede.
Attraverso un parallelismo storico con l’umiliazione di Enrico IV davanti a Gregorio VII a Canossa, Valloreja rivolge idealmente a Donald Trump un invito alla riflessione, interrogandosi sulle conseguenze di un’eventuale radicalizzazione della politica americana dopo la sconfitta elettorale.
L’editoriale affronta inoltre il riposizionamento dei principali esponenti politici italiani nei confronti del Presidente statunitense, la continuità degli interessi strategici delle grandi potenze, le tensioni con l’Iran e il rischio di un’ulteriore escalation internazionale.
Particolare attenzione viene riservata al progressivo processo di polarizzazione della società americana e alle prospettive politiche che potrebbero delinearsi in vista delle prossime elezioni presidenziali.
Un contributo di analisi politica e geopolitica, dal taglio storico e volutamente provocatorio, che si propone di stimolare il confronto su questioni centrali per gli equilibri internazionali.
Il testo integrale dell’editoriale è riportato di seguito, in calce alla presente comunicazione, affinché possa essere direttamente consultato e valutato dalla Redazione per un’eventuale pubblicazione, ripresa, citazione o approfondimento.
Per ulteriori informazioni, richieste di intervista o contributi di approfondimento è possibile rispondere direttamente alla presente comunicazione.
Ringraziando per l’attenzione, si porgono cordiali saluti.
DI SEGUITO IL TESTO INTEGRALE DELL’EDITORIALE
TRUMP A CANOSSA: DALLA SCONFITTA ELETTORALE ALLA RADICALIZZAZIONE DELLO SCONTRO
Dopo le elezioni di medio termine negli Stati Uniti, che hanno sancito la sconfitta dei repubblicani e la vittoria dei democratici, tutti a commentare il fatto che il fattore iraniano sia stato determinante, cosa, tra l’altro, vera, ma nessuno ha messo in luce quanto, nella sconfitta trumpiana, possa aver inciso il Santo Padre, il primo Papa statunitense della storia.
Infatti, Papa Leone XIV – al secolo Robert Francis Prevost – non sarà ricordato sui manuali di storia solo perché è stato il primo Sommo Pontefice scelto dai cardinali tra i religiosi del Nord America, ma anche perché, in duemila anni di storia della Chiesa, è il primo Pontefice a partecipare a delle elezioni politiche, seppur sempre e solo in qualità di elettore. Ha fatto sapere, tramite la Sala Stampa Vaticana, di aver compilato e inviato per posta la propria scheda elettorale a Chicago entro il 30 ottobre 2026, cioè quattro giorni prima del voto negli USA.
Un evento, quest’ultimo, passato sui giornali italiani con un trafiletto, quasi fosse una nota di costume, al pari di quando Papa Francesco si recò con la propria auto, l’ormai celebre Ford Focus, da un ottico di via del Corso per farsi fare gli occhiali da vista.
Ma non è così… È una notizia epocale, con un peso simbolico enorme, al pari della bomba atomica su Hiroshima! E questo perché, per chi non lo sapesse, il Papa non è solo il Capo di un miliardo di cattolici, ma è anche un sovrano regnante, ultimo monarca assoluto di un trono elettivo, e per motivi di opportunità diplomatico-politica non avrebbe dovuto votare, come i propri predecessori… A meno che un tale gesto, come infatti è avvenuto, non dovesse assumere volutamente un significato ben chiaro rispetto al da farsi, anche se espresso senza dichiarare per chi si fosse votato.
Si rifletta, inoltre, sul fatto che non solo i Pontefici non hanno mai votato in nessuna elezione che riguardasse il loro Paese d’origine, ma neanche i cittadini stranieri che, per qualche motivo, hanno avuto un ruolo nelle loro nuove Patrie.
Voglio ricordare, a tal riguardo, l’esempio dell’attrice Grace Kelly che, dopo il matrimonio con il principe Ranieri di Monaco, mantenne sempre la cittadinanza americana, ma non partecipò più alle elezioni statunitensi perché sovrana consorte del piccolo Stato monegasco.
Allo stesso modo, voglio ricordare Sonia Gandhi, nata Sonia Maino il 9 dicembre 1946 a Lusiana, in provincia di Vicenza, che nel 1968 sposò Rajiv Gandhi, figlio di Indira Gandhi e futuro primo ministro dell’India, assumendone così il cognome. La donna acquisì la cittadinanza indiana nel 1983 e rinunciò a quella italiana. In seguito, divenne presidente del Partito del Congresso indiano, dal 1998 al 2017 e nuovamente dal 2019 al 2022.
Neanche Umberto II di Savoia, il Re di Maggio, tanto per intenderci, intendeva andare a votare al referendum del 2 giugno 1946, perché non si era mai visto un Re votare, ma, recalcitrante, ci andò su pressione di De Gasperi.
Dunque, il voto di Papa Leone, reso pubblico da quest’ultimo, ha avuto un effetto notevole proprio per i trascorsi tra i due Capi di Stato in questione, Trump e Prevost.
L’essersi fatto raffigurare, da parte del tycoon, nei panni di un Pontefice o nelle vesti di Cristo, così come il farsi benedire alla maniera di Re David nella Sala Ovale da uno stuolo di predicatori evangelici, o l’aver rimproverato il Papa per non aver preso posizioni adeguate contro l’immigrazione, non è che siano passati inosservati al di là del Tevere, oltre ad aver ottenuto, in alcuni casi, proprio delle risposte ufficiali da parte della Santa Sede.
E tutto questo non poteva finire solo con una tirata d’orecchi o una nota di biasimo: doveva avere per forza anche una ricaduta politica che, infatti, c’è stata. L’11% dei votanti cattolici statunitensi è trasmigrato dal campo repubblicano a quello democratico, perché, in fin dei conti, la Chiesa Cattolica, con tutti i difetti e le debolezze che espone nel nuovo millennio, non è una chiesetta luterana capeggiata dal predicatore X, ma è pur sempre un’organizzazione globale che conta un miliardo di fedeli e che ha ancora una qualche forma di influenza politica nei vari Parlamenti dell’Occidente.
L’aver fatto il braccio di ferro contro questa struttura non è stato proprio salutare, ed io questo l’ho sempre saputo fin dal principio, tanto da essere uno dei pochi, nel momento in cui Trump veniva osannato negli ambienti sovranisti, e quindi, se vogliamo, da ambienti a me vicini, ad aver titolato che, sempre e comunque, io sarò con la Santa Sede, perché tra il trono e l’altare io sceglierò sempre quest’ultimo.
Ma si sa, il peggior nemico di Trump, nel bene e nel male, è sempre e solo Trump.
Ma tanto, alla fine, se vogliamo dirla tutta, al Presidente americano delle elezioni di medio termine cosa importa???
Sì, perché da noi se ne fa un gran parlare, come se Trump domani mattina dovesse andare a casa, magari a seguito di un impeachment, ma non è così!
Altri Presidenti prima di lui hanno vissuto la condizione della cosiddetta «anatra zoppa», sia nel primo sia nel secondo mandato, e alcuni sono stati, per giunta, anche rieletti. Tra questi non possiamo non citare Bill Clinton, sconfitto alle elezioni di medio termine del 1994 e rieletto nel 1996, e Barack Obama, che subì una sconfitta alle midterm del 2010, salvo poi essere ugualmente rieletto nel 2012, prima di subire un’ulteriore sconfitta alle elezioni di medio termine del 2014.
Dunque, perché allora la sconfitta di Obama passa inosservata, mentre quella di Trump sembra l’Armageddon? Semplice: per lo stesso motivo per il quale al primo è stato dato il Premio Nobel per la Pace sulla fiducia e al secondo è stata ugualmente data una pacca sulla spalla. Cioè perché l’uno rappresenta un gruppo di potere articolato, pervasivo e globale e l’altro solo l’anti, appunto… Senza il suffisso adeguato è il nulla, e il nulla è pari a zero.
Così, da noi, tutto il nostro apparato politico, legato a doppio filo agli apparati globalisti e woke, sia in senso anti che pro, aveva e ha solo da guadagnare dalla permanenza e dalla persistenza del mondo DEM. Sarebbe un vero dramma per loro se anche quest’ultimo «Muro di Berlino» dovesse cadere, perché inevitabilmente ne rimarrebbero schiacciati.
Quindi costoro, al contrario degli arabi, hanno pensato: «Il nemico del mio amico è mio amico», e così hanno sperato e si sono comportati, al di là delle dichiarazioni di rito.
D’altronde, se non fosse così, sarebbero veramente patetiche le dichiarazioni di Tajani, Salvini e Meloni rispetto alle elezioni americane.
Il primo ha avuto l’ardire di dire: «Non siamo mai stati trumpiani. Neanche Meloni è una Maga, per carità. Noi siamo conservatori. Io? Sono berlusconiano», dopo che, alla prima riunione del Board of Peace per Gaza, promosso da Donald Trump, il 19 febbraio 2026, cioè meno di nove mesi fa, non un secolo fa, ha avuto il coraggio di indossare in pubblico, da Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana, un cappellino MAGA.
Il secondo, invece, ha sottolineato: «I repubblicani avevano votato Trump nel nome della stabilità, dell’interesse americano e della fine dei conflitti. E invece i conflitti sono aumentati», e tutto questo dopo che, nel marzo 2025, si era fatto ritrarre con alle spalle una maglietta di Trump in uno scatto pubblicato sul profilo X di Rudy Giuliani, l’ex sindaco di New York, il quale non solo era presente anch’egli nella foto, ma l’aveva accompagnata con la didascalia: «L’Italia è il Paese di Trump». E ancora, il 4 maggio 2026, è stato rilanciato da Trump stesso sui suoi social per l’intervista che aveva rilasciato al sito conservatore americano Breitbart.
Ma l’apice del trasformismo lo si è registrato con Giorgia Meloni che, prima ancora di diventare Presidente del Consiglio, era già stata invitata alle convention dei conservatori americani e che, una volta giunta al governo nell’ottobre 2022, non creò nessun problema o disguido all’amministrazione Biden, per la quale avrebbe proseguito la suicida politica russofobica intrapresa dall’Italia a seguito dell’inizio dell’Operazione Speciale nel febbraio dello stesso anno. Poi, dopo il ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, ha continuato a partecipare agli appuntamenti dei conservatori americani e, il 23 gennaio 2026, ha auspicato che il Presidente americano potesse meritare il Premio Nobel per la Pace. Infine, il 4 novembre, ha dapprima sviato l’argomento dicendo: «Di America parliamo in un altro momento. Adesso è la Festa delle Forze Armate», salvo poi, il giorno dopo, prendere le distanze dal tycoon affermando: «Gli americani hanno votato e il loro giudizio merita rispetto».
E dai, dunque, a spalare merda, sia dalla cosiddetta sinistra della barricata quanto dalla cosiddetta destra, perché l’importante è far credere, qui da noi, che, tutto sommato, i nostri leader, per quanto incapaci, falsi e ciarlatani, sono pur sempre dei signori rispetto a Trump.
Ma questo Trump che cos’è? Veramente qualcuno crede che sia l’uomo solo al comando? Il Grande Timoniere? Ma no! Il tycoon, come lo Zar Putin o qualsiasi altro leader mondiale, altro non è che la punta dell’iceberg, l’incrocio presso il quale si incontrano, si confrontano e trovano equilibrio tutte le forze, occulte e non, che reggono un qualsiasi Paese.
Ed infatti, la politica estera, come da Costituzione americana, resta saldamente, quale prerogativa, nelle mani del Presidente degli Stati Uniti.
Dunque, assisteremo forse a un cambio di rotta della politica americana verso l’Iran, la Russia o l’Europa? Certo che no, perché anche le posizioni americane di apertura alla Russia non sono dovute a chissà quale attrazione omosessuale del tycoon nei confronti di Putin, ma sono dovute semplicemente al fatto che ormai anche i ciechi sono coscienti del fatto che lo «stress test» contro Mosca è andato pesantemente male; così come la stessa linea americana nei confronti dell’Iran non è dovuta a una qualche convinzione intima di Trump, quanto piuttosto alla spinta indotta dalla lobby ebraica, che anche questa volta lo salverà, facendolo giungere indenne fino al gennaio del 2029.
Certo, il linguaggio, la declinazione sensoriale di un impero possono essere, e sono, condizionati dal Principe del momento, ma l’impero, come un’enorme nave cargo, ha una propria inerzia di moto, e quella nessuno la può cambiare, semmai accelerare o rallentare. In tal senso, conoscendo il carattere di Trump, questo tradimento, a suo parere, sia degli elettori sia degli alleati, non potrà che portare a un’ulteriore accelerazione e radicalizzazione della propria politica, anche perché l’unica certezza, a questo punto, è che il sogno di modificare la Costituzione per ottenere un terzo mandato da Presidente è definitivamente tramontato.
Dunque, conoscendo il carattere del tycoon, cosa mi aspetto, dopo che l’Ambasciata della Repubblica Islamica dell’Iran in India ha pubblicato un video satirico, realizzato con l’intelligenza artificiale, nel quale Donald Trump viene gettato nell’immondizia, se non che si realizzi ciò che ha dichiarato Tucker Carlson, cioè che gli Stati Uniti, dietro pressione israeliana, sferrino un attacco nucleare contro il monte iraniano Pickaxe, all’interno del quale, a una profondità di 100 metri, vi sarebbe un impianto per l’arricchimento dell’uranio?
In fondo, è sempre la terza legge della dinamica di Isaac Newton a governare il mondo: «A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria». Tu dici che i somali sono spazzatura??? Ed ecco che questi, e non solo questi, si attrezzano, e 12 milioni e mezzo di americani in più si vanno a iscrivere nella lista dei votanti e riescono a far eleggere ben otto somali nelle Camere parlamentari statali, più uno al Senato federale.
Quindi, chi persegue il cosiddetto centro o è pazzo o è scollegato dalla realtà, poiché il mondo è sempre più polarizzato. Ciò non significa che sia più stabile, ma di certo che si è più disposti a cambiare e tentare, costi quel che costi, se non si vedono corrisposte le proprie esigenze.
Sta di fatto che, mentre negli Stati Uniti c’è sicuramente uno sconfitto, Trump, nel marasma del Campo Largo a stelle e strisce non c’è ancora un vincitore, perché, se doveste chiedere a un cittadino americano qual è il leader carismatico che ha vinto le elezioni, nessuno saprebbe rispondervi. E, tentativo per tentativo, delusione per delusione… prevedo che nel 2029 si ritroveranno con un Presidente che, per caratterino, farà rimpiangere anche il mutevole Trump.
Lorenzo Valloreja
