Percorsi nell’antico, l’Ippocratica Salerno: il passato proiettato nel futuro

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Città fascinosa, dal centro antico ricco di testimonianze del passato che ci ricordano episodi e splendori di una storia più che millenaria, Salerno si prepara a diventare una metropoli del 2000, grazie alla magia di Oriol Bohigas, l’architetto catalano padre della moderna Barcellona. Egli lentamente, passando dalla teoria alla pratica, dalle chiacchiere ai fatti, dal compasso al badile, sta creando i presupposti per una città proiettata nel futuro, ma soprattutto sul mare, su quel Mediterraneo culla di tante civiltà solcato da tempo immemorabile da ricchi traffici, che faranno, auspicabilmente, di Salerno uno dei centri commerciali più importanti, faro luminoso del pacifico incontro tra le popolazioni rivierasche.

Ad un futuro così radioso Salerno può aspirare legittimamente per la forza del suo passato e per la consistenza delle sue tradizioni culturali, che videro la famosa scuola medica assurgere per secoli al rango di più illustre istituzione medievale dell’occidente, nella quale si fusero i principi della medicina araba, con il pensiero di Ippocrate e di Galeno.

Salerno, per la sua posizione geografica nel cuore del Mediterraneo, fu importante centro di scambio culturale tra latini, arabi, ebrei e greci; inoltre, arroccata sulla collina, con l’incanto del suo golfo, i giochi di luce del suo mare, il suo clima mite, possedeva tutte le virtù naturali per attrarre i visitatori, come anche gli ammalati. Anche prima dell’anno 1000, Salerno era ricca di medici, in gran parte monaci benedettini, i quali, oltre a studiare ed a trascrivere antichi codici, si dedicavano, con esemplare spirito di carità, all’assistenza dei malati.  

Il successo della scuola salernitana fu dovuto all’esistenza di un suo corpo dottrinale, la famosa «regola», che riguardava il problema della formazione culturale dei medici. Tali precetti si diffusero in tutta Europa, anche per la semplicità ed attualità di taluni consigli: scaccia i gravi pensieri, bevi poco, mangia sobriamente, passeggia lentamente dopo il pasto.

Il grande sovrano Federico II nel 1231 la definiva unica scuola del Regno. Ebbe 10 secoli di vita, fervidi e fecondi, fino a chiudere definitivamente i suoi battenti nel 1811 a seguito di un editto del Murat. Oggi rimane a ricordarne i asti una lapide, con le parole dettate al compianto prof. Lambertini (che ricordo mio severo maestro di anatomia) ed un museo didattico nella centralissima via dei Mercanti, ove sono conservati strumenti chirurgici e ricordi storici della prestigiosa, prima, e non solo temporalmente, Facoltà di Medicina del mondo. 

La città di Salerno, che tanto debito di riconoscenza ha verso i Benedettini, ha l’onore di conservare in un prezioso sarcofago nel Duomo i resti mortali di Papa Gregorio VII, il glorioso e sventurato pontefice benedettino celebre per la sua frase ammonitrice «ho amato la giustizia, ho odiato l’iniquità, perciò muoio in esilio». 

Il centro storico da qualche anno è oggetto di particolare attenzione da parte della amministrazione comunale, che lo ha ampiamente pedonalizzato, liberandolo dalla bestemmia dei gas di scarico e restituendolo ad una dimensione di vivibilità che ben si sposa con la presenza di tante attività commerciali e di tante botteghe di artigiani che sono state rivitalizzate.  

E’ da questa realtà viva e pulsante che comincia il nostro itinerario salernitano, avendo come guide, novelli Beatrice e Virgilio: mia moglie Elvira, musa ispiratrice, il prof. Pavone, docente universitario di Storia dell’Arte, salernitano DOC e raffinata figura di erudito.

La prima visita è in via Diacono 7, all’atelier del pittore Massimo Ricciardi, uno degli artisti salernitani più famosi dopo il mitico Carotenuto, ove possiamo ammirare la sua recente produzione, tutta ripresa dal vero, con tematiche legate in prevalenza alla costiera amalfitana. Egli riesce a donarci nelle sue tele l’emozione e la percezione dell’aria libera con un gioco sapiente di ombre e di luci. Gli scorci e le vedute di questa costa celeberrima hanno tanto interessato questo autore, dalla profonda cultura, da indurlo a trasformarsi in scrittore ed attento studioso di tutti i pittori che nell’Ottocento hanno ritratto i paesaggi a lui tanto cari. 

E così, dopo un lungo lavoro di ricerca, cominciato per la preparazione della tesi della sua laurea in Lettere Moderne, è da pochi giorni in libreria una vera chicca per i bibliofili e gli appassionati di arti figurative, uno splendido libro con centinaia di foto a colori di dipinti: «La costiera d’Amalfi nella pittura dell’Ottocento», Edizioni. De Luca, Salerno. 

Nei pressi del Duomo, meta obbligata per ogni turista, il negozio di antichità di Ciro Stanzione che, fra tanti articoli di oggettistica di buon livello offerti a prezzi interessanti, presenta una tela di Clemente Tafuri, famoso pittore salernitano morto nel 1970: un insolito autoritratto, con alle spalle la sua modella preferita, nuda, con il seno invitante; un soggetto unico nella sua produzione, pervaso da una vena di sottile erotismo. Scendendo verso via dei Mercanti, nel caratteristico vicolo dei Sartori, veniamo a conoscere la simpatica e sorridente Patrizia Grieco, proprietaria con Antonio Altilio di un singolare negozio: “La bottega di Pinocchio”, dove si vendono, comprano e riparano giocattoli e bambole, oggetti di cartapesta, di cera e vecchie sculture. Tra le cose offerte al pubblico tre fantasmagorici Re Magi, variopinti in un tripudio di colori iridescenti ed una piccola e spaurita bambola, una delle più antiche in assoluto conservate in Italia, un bocconcino per raffinati collezionisti. Proprio di fronte, sempre a vicolo Sartori, “ Il cassetto della nonna” di Antonino Caponigro, tra originalità di ogni genere come trine, merletti, mobili antichi e curiosità, espone una romantica e fantasiosa culla stile Liberty inizio Novecento, realizzata dal Thonet, architetto austriaco, famoso per la lavorazione del legno. Un regalo quanto mai gradito per un nipotino in arrivo. Pochi passi e siamo davanti al caratteristico «portale» della bottega «Almanacco antiquario» di Camillo Lambiase, un incrocio di oggetti antichi, libri rari, cartoline d’epoca in un locale del secolo scorso completamente restaurato e conservato con la massima cura, dal pregevole soffitto ligneo con travi di castagno, che si perde nella notte dei tempi.

La vicinanza del Duomo invita ad una visita che richiede non meno di un’ora per ammirarne le numerose testimonianze di pittura, scultura ed architettura, che ne fanno una delle chiese píù importanti della Campania. Attrazione notevole è costituita dai due amboni, imponenti, tra i più belli che si possano vedere nel sud Italia, simili a quelli della Cattedrale di Ravello.

In un edificio prospiciente la Cattedrale è possibile visitare il museo Diocesano, dallo straordinario patrimonio artistico, purtroppo godibile soltanto fino al Cinquecento. Il direttore monsignor Arturo Carucci, illustre storico, ci parla entusiasta della Croce di Roberto il Guiscardo, ma mette giustamente l’accento sulla straordinaria raccolta di tavolette eburnee di epoca medievale, la più importante del mondo. Nelle aule severe del museo conosciamo il pittore Sergio Vecchio, che ci invita a visitare il suo spazio in via Tasso, luogo di incontro di artisti, oltre che fucina di creazione di antiche immagini, in cui si percepisce un alito nuovo e sconosciuto. Egli ci trasmette con la sua pittura simbolica una schietta vivacità di espressione con una sapiente gradazione di colore: il rosso fuoco, il giallo acceso, il bianco su fondo scuro danno l’impressione di una maggiore policromia.

Altro ritrovo di artisti ed antiquari è ristorante «Messico e nuvole», molto bello sotto il profilo architettonico, con un pavimento costituito da frammenti di Vietri antica ed una cucina attenta al colore, all’odore ed al sapore dei cibi, tutti della tradizione culinaria locale. 

Un’iniziativa meritoria e che assicura ad oltre 60 giovani una formazione tecnica seria ed un lavoro certo è la scuola di restauro «Maria Teresa Caiazzo», sita nella piazza del Duomo. Essa garantisce, con l’ausilio di docenti qualificati, ad una platea di studenti, tra cui molti stranieri, l’apprendimento di una professione, nella quale si prevede la creazione nei prossimi anni di 10.000 nuovi posti di lavoro. Le specialità che si insegnano vanno dal restauro dell’affresco, a quello delle tele, dei legni antichi, degli intarsi, delle sculture. Si organizzano anche dei corsi estivi ultra brevi a prezzi contenuti, comprensivi di vitto, alloggio e visite di studio alle vicine località archeologiche. 

Il telefono della segreteria della scuola è 089.220788 e lo segnaliamo volentieri perché tanti giovani, sensibili ai colori e attirati dallo studio della storia dell’arte, invece di inseguire affannosamente una laurea, spesso inutile per trovare lavoro, possano indirizzarsi verso un’attività che fornisce, in tempi brevi (due anni), non solo soddisfazioni economiche, ma anche la coscienza di partecipare all’opera di tutela del patrimonio artistico italiano, che rappresenta la nostra vera ricchezza, così poco sfruttata. 

L’ora del pasto è consacrata nella trattoria «Porta Catena» del simpatico ingegnere Emanuele Romano, che ci accoglie con grande simpatia. Il locale, antichissimo, presenta delle nicchie medievali, probabilmente un vecchio coro di monaci, che tradisce l’origine ecclesiastica del luogo; a terra dei basoli del secolo scorso. I piatti contemplati dal menu sono tutti rispettosi della tradizionale cucina salernitana, dagli antipasti ai dolci. Il pesce offerto non include specie allevabili per evitare equivoci. Il vino consigliato è il Giovi o un Fiano, ma prodotto con vitigni originali, da una ditta locale, l’Azienda agricola S. Giovanni di Paestum.

Specialità per i buongustai il sartù con un ragù preparato secondo i canoni eduardiani, il baccalà, le linguine con ricotta e genovese finta e, dulcis in fundo, un piatto che più 

salernitano non si può: la milza imbottita, cotta nell’aceto, con prezzemolo, aglio e peperoncino; una vera leccornia, provare per credere. A fine pranzo Giuseppe, il fido cameriere col quale abbiamo discusso a lungo della Salernitana, gioia e dolore della città, serve agli ospiti un esclusivo «Finocchietto», un digestivo dall’aroma delicatissimo, prodotto dalle sapienti mani della suocera del proprietario, il quale organizza nel suo locale manifestazioni gastronomiche propagandistiche come quella che, il 26 gennaio, ha visto all’opera i pastai di Gragnano impegnati a cucinare svariati primi piatti con succosi condimenti. 

E finalmente siamo sullo splendido lungomare, la via Caracciolo di Salerno; non poteva esserci luogo più indicato per l’elegante bottega «Currier» di Antonio Di Martino, ricca di dipinti di alta qualità, degni delle vetrine di un negozio di una grande città. 

Il proprietario, competente, ma dal carattere difficile, ci parla dello scarso interesse dei salernitani verso l’arte, lamentando la presenza di tante barche e automobili da centinaia di milioni e l’assenza di opere importanti nelle poche collezioni private della città.

La scelta che si può operare tra dipinti, mobili e statue è veramente ampia. Abbiamo focalizzato la nostra attenzione su di un marmo di Carrara, veramente eccezionale di Luigi Bienaimè, allievo del danese Thorvaldsen, eseguito a Roma nel 1865 e rappresentante un accattivante nudo femminile, del quale il proprietario deve essere segretamente geloso, perché ha vietato al fotografo di ritrarlo. Vi è poi una splendida natura morta seicentesca di fiori in un vaso, proveniente da una collezione sta romano privata ungherese, assegnata dalla critica all’artista romano Giovanni Stanchi, ma a mio parere, ascrivibile senza dubbio al catalogo del «nostro» Giacomo Recco. Una maestosa architettura con figure, opera di Gennaro Greco, degno emulo del Codazzi ed infine una consolle con specchiera lastronata in ciliegio, capitelli e fogliame in legno dorato, Lucca I Impero (1795-1815).

E concludiamo la nostra visita alla «Compagnia delle Indie» del sig. Gaudiano, che ci accoglie premurosamente, tralasciando dei clienti con cui stava concludendo una vendita. All’ingresso, degno biglietto da visita della qualità del negozio, una scrivania Impero in mogano con specchiera coeva, sormontata da una statua bronzea di Coroner e da due candelabri, anch’essi stile Impero. Tra i dipinti del Seicento due gemme: un «Trionfo di Bacco» dell’emiliano Albani ed un «Volto di Cristo» assegnato ad Orazio Gentileschi da quell’acuto conoscitore e profondo cultore dell’arte, che è il nostro caro amico Vittorio Sgarbi. 

Originalissima ed inquietante vi è poi una statua lignea a grandezza naturale di Santa Filomena proveniente da una cappella gentilizia salernitana, vestitura in tessuti in oro con pietre dure e filigrana d’argento.  

Nel petto della santa un reliquario contenente i suoi resti mortali, piccole ossa consumate, che ci invitano a riflette ed a meditare sulla caducità della nostra vita terrena. 

Achille della Ragione   

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