Tra le maggiori difficoltà delle imprese italiane si segnala puntualmente il peso della burocrazia asfissiante e la leggerezza dei conti correnti alleggeriti dai “prelievi” del fisco.
In effetti, si tratta di due braccia dello stesso corpo parassitario, quello dello Stato italiano il quale, se veramente volesse aiutare le nostre imprese non dovrebbe far altro che smettere di considerarle sempre alla stregua di bande di evasori e malfattori, in subordine, di considerarle obiettivo di saccheggio della ricchezza prodotta come se fosse bottino di una rapida e non conseguenza di lavoro e sacrifici.
La guerra alle Piccole e Medie Imprese, attuata fino ad oggi prioritariamente ed ideologicamente da una sinistra amica delle grandi lobby di potere, e delle imprese “troppo grandi per fallire”, ma anche dalla destra che si accodata a questo approccio, ha finito per sconsigliare ad aprire in Italia: troppo tossico il clima “intimidatorio” verso le PMI, garantista.
Nel Bel (?!) Paese la politica è presente in tutti gli ambiti della vita del cittadino con un coefficiente di penetrazione che non conosce paragoni altrove. In più, istituzioni incapaci di gestire il presente e programmare il futuro si permettono il lusso di fare impresa col denaro pubblico (quella ricchezza paradossalmente prodotta proprio dalle PMI) con quella “Terza Via” abusata e sconfessata nei fatti.
Con la scusa di offrire bandi, e dunque disponibilità economiche (esercizio che ha ridotto le banche al ruolo di tabaccherie), e servizi, grazie alla sua “classe” politica, la Penisola italica è diventata un regime dove siamo tutti impiegati dello Stato, sia quelli direttamente dipendenti pubblici, sia gli imprenditori e commercianti (i sopravvissuti a internet ed ai cinesi) i quali si ritrovano a “dipendere” comunque dallo Stato
