“Forse in questo Paese si può parlare di pace, ma guai se ci si mobilita davvero contro la guerra”. A parlare è Eduardo Sorge, uno dei 18 manifestanti che risultano indagati per gli scontri avvenuti lo scorso 13 febbraio fuori agli studi RAI di Napoli durante un’azione di protesta convocata per “denunciare la negazione del genocidio, la censura e la narrazione filo-israeliana della RAI” evidenziata “dall’Ad Roberto Sergio in diretta nazionale” dopo le parole del cantante Ghali al Festival di Sanremo.
Questa mattina i manifestanti si sono ritrovati in quello stesso luogo, brandendo le bandiere della Palestina e uno striscione che recita “Contro ogni repressione. No al ddl Sicurezza. Lottare non è reato”, muovendosi in corteo fino alla sede della facoltà di Ingegneria dell’Università Federico II. Quattro dei 18 indagati sono stati raggiunti dalla misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e dovranno rispondere di resistenza e lesioni a pubblico ufficiale. “Diversi attivisti – racconta Sorge – sono stati prelevati dalle proprie case e portati in questura per degli obblighi di firma tre volte a settimana.
Lo scorso 13 febbraio centinaia di donne e uomini, lavoratori e lavoratrici, disoccupati e disoccupate, studenti e giovani protestavano perché l’amministratore delegato della RAI censurava pubblicamente, nella televisione di Stato, la possibilità di parlare del genocidio in Palestina dinanzi a decine e decine di migliaia di morti”. Tra gli indagati c’è anche Emanuela, giovane attivista filo-palestinese, che parla di “repressione” e si dice convinta che sia “irricevibile il fatto che sia ormai impossibile contestare il proprio dissenso nei confronti delle logiche belliche e della militarizzazione. Ci sono in questo momento tantissimi popoli che stanno soffrendo, a partire dal popolo palestinese e da quello curdo, per non parlare della situazione che si vive in Congo o in Kenya. Noi siamo qui oggi per ribadire che, come ci siamo stati il 13 febbraio, ci siamo oggi e ci saremo sempre”.
