L’Amerigo Vespucci in Giappone

L’Amerigo Vespucci sta portando in giro per il mondo una superba immagine dell’Italia. Non è da sola come lo fu il Vespucci vero nel suo giro del mondo, ma per i tempi che corrono l’ardimento è grande!

 Naturalmente i media fanno a gara a rappresentare le meraviglie che rappresenta quella nostra nave e che desta in tutti i visitatori. Perché senza alcun dubbio quella è una nave degli italiani e di tutti gli italiani.

 Fra sette anni, in occasione del suo centesimo compleanno non si potrà non dire che è stata varata in pieno fascismo e che quindi siamo fieri e ci invidiano un’opera che -stranamente- non si potrà non trovare ammirabile, ma pur sempre un’opera del fascismo. Forse qualcuno ricorderà che non ne fu varata una (sarebbe stato banale!) ma due e che l’altra, che si chiamava Cristoforo Colombo, quasi gemella, ha trovato il suo destino finale in Unione Sovietica all’inizio degli anni sessanta del secolo scorso…

 Entrambe furono progettate da un italiano che si ispirò (o copiò) dal progetto di un’altra nave che era già esistita e che faceva parte della marina borbonica e che si chiamava Re Galantuomo.

 Essa oggi rappresenta visivamente non certo l’Italia della burocrazia o quella che fu dei manganelli o delle grandi opere stradali o dei gay pride o dei politicanti in vario modo mondialisti ma quella dell’artigianato; lo stesso artigianato che portò un meccanico della Alfa Romeo a creare le Ferrari oggi ridotte ad un ammasso di tecnologie ma pur sempre esempio di orgoglio italiano. Lo stesso artigianato di quel ragazzo di Polignano che con le sue canzoni ha fatto “volare” i cuori di tutto il mondo. Lo stesso artigianato che crea cibi favolosi…ecc. ecc. ecc. essa rappresenta l’Italia perché è fatta di artigianato, quello della Campania che nei cantieri di Castellamare di Stabia da sempre aveva creato la grande flotta borbonica.

 Ma per le moltitudini che si affollano a visitarla quella nave è anche la rappresentazione tangibile della grandezza italica come massima potenza culturale del pianeta cui si guarda per confermare la propria ammirazione e cercare un barlume di fiducia nel futuro di tutti, bianchi e gialli, neri e rossi,…una cultura che tutti vedono in perenne Rinascimento e al cui confronto i tanti progressismi annichiliscono come vere e proprie miserie umane.

 Quindi guardando quella nave si vede l’artigianato e cioè il lavoro vero (altamente ed orgogliosamente umano e non certo lavoro meccanico o burocratico), più arte che lavoro; lavoro, storia e cultura che sono gli ingredienti che si condensano in un’altra parola che oggi è combattuta con ogni mezzo ed arma: l’identità. Identità che non si sa perché fa paura e che si combatte in ogni modo; partendo dalla identità napoletana e più ampiamente meridionale che dopo più di un secolo e mezzo non si riesce a domare.

 Potrà mai la sinistra raccontare tutto questo? La diffusa disinformazione e la pervadente ignoranza e la negazione del passato coprono sotto una ben spessa coltre di nero fumo questa parte della nostra storia. E la destra perché non ne parla? Perché non solo lo ha dimenticato volutamente, ma anche perché pensa di utilizzare questo reperto del passato come quelli di Pompei cioè come un fatto estetico di un’epoca di cui si sa poco e non si vuole sapere di più…ma senza un’alternativa perché non sa bene cosa sia identità. Va solo guardata e basta come un film o un quadro.

 Ma non va bene così. Solo capendo meglio chi siamo potremmo scegliere cosa fare; scelta urgentissima e pressata dalla guerra ormai alle porte. Scelta che dobbiamo interpretare a modo nostro secondo il nostro interesse, le nostre ambizioni, la nostra cultura. E non certo a ridurci a fungere -come spesso è stato fatto in passato e non solo in caso di guerra-, da fornitori di carne da cannone.  

[responsivevoice_button buttontext="Leggi articolo" voice="Italian Female"]

News dal Network

Promo