La statua procedeva lenta, portata a spalla da quattro uomini di altezze diverse e vestiti di nero.
Sembrava che la statua zoppicasse, tanto era la differenza d’altezza dei portatori che, incuranti, la sostenevano con tale sforzo e vigore da suscitare sorrisi e mormorio tra la gente fermata ad omaggiare Lucia, santa dei miracoli agli occhi. Il corteo funebre la seguiva dietro, preceduto dalla cassa da morto portata anch’essa a spalla da altrettanti quattro uomini di altezze diverse, aveva lo stesso passo lento, sbilenco e mesto e percorreva la piazza ventosa, in un silenzio abissale. La statua, la cassa da morto e il codazzo di persone si movevano in maniera scoordinata e cadenzata, tanto da sembrare una rappresentazione comica, una parodia di un ipotetico funerale.
Era morto mestu Cicci lu falegnami… (Mastro Francesco il falegname.)
“Ebanista… ebanista!”
Il suo motto era: “Maestro inarrivabile, del legno sopraffino”.
Certo a mestu Cicci non mancavano né la modestia e né l’alterigia, ma dalla sua aveva il merito d’aver studiato l’arte del legno in quel di Napoli, in un collegio, nel quale il padre lo aveva rinchiuso per risaputo frutto del peccato. Mestu Cicci era figlio illegittimo e allontanato da casa in tenera età.
Ritornato al paese dopo la morte del padre, sensale del conte d’Ayala Valva, aveva aperto una bottega proprio in piazza, dove tutti potevano vedere le sue creazioni ed aveva affisso in bella vista, sulla porta, il cartello: “L’EBANISTA DI NAPOLI”
Francesco (detto Cicci) cresceva sano e bello e i suoi occhi azzurri avevano il cielo e il mare al suo interno. Le donne erano tutte innamorate di lui, dei suoi modi affettati e del suo modo di parlare: un misto di dialetto salentino e napoletano. Era conteso dalle famiglie medio borghesi del paese e persino dalla figlia del farmacista, ma lui se la tirava e snobbava ogni richiesta di matrimonio.
“L’uocchi mia si l’ha piglià a ci si li mmerita.” (I miei occhi sono per chi se li merita.)
Sorrideva e dava di pialla e scalpello. Creava mobili d’ogni genere e dimensione: porte scolpite e credenze da far brillare gli occhi a chi li guardava.
Cicci aveva già un’età, i suoi coetanei avevano messo su famiglia da un pezzo, ma di sposarsi non ne voleva sapere. Era troppo preso dal lavoro e dal suo ego intoccabile. In paese si diceva che non volesse vivere con una donna. Era solitario e, a volte, sembrava strano, tanto da sparire per alcuni giorni e ripresentarsi con un’aria gioiosa e disponibile al dialogo. Cicci ogni volta che tornava da Napoli portava con sé una busta di carta contenente dell’ottimo caffè macinato.
“È o cafè di Napoli, del rinomato bar di Miccio. Caffè ti sta manera sulu in Paravisu ‘o sanno fa.”
(È il caffè di Napoli, del rinomato bar di Miccio. Caffè così solo in paradiso lo sanno fare.)
Si metteva con la sedia davanti alla sua bottega e gustava il caffè dentro una tazza di porcellana finissima di Limoges. Il suo fare era pacchiano: teneva la tazza tra indice e pollice e col mignolo alzato sorseggiava e soffiava a ritmo di danza. I passanti se lo gustavano e provavano nel contempo invidia e compassione per quell’uomo che ostentava tranquillità e sicurezza. Non era così. Cicci stava perdendo a piccoli passi la vista e, incurante, rifiutava gli occhiali, considerandoli antiestetici e cose per vecchi.
L’età avanzava e la sua vista protesa verso il buio non lo aspettava. Procedeva come un mare agitato che stava rompendo gli argini. Il martello nelle sue mani aveva i contorni di alberi nella nebbia, il lavoro andava a rilento e i committenti cominciavano a lagnarsi per il troppo tempo che intercorreva tra la commissione e la consegna dei lavori. Cicci non era più il giovanottone bello e fiero che tutti conoscevano; il prete cominciò a vederlo alla messa delle sei seduto in fondo nell’ombra del Fonte battesimale. Cicci era credente, ma non praticante, non amava le Omelie e i “piatilli” (bigotti), ma dentro la sua anima qualcosa stava cambiando; la sua visione della vita aveva avuto una brusca frenata ed ora tutto gli appariva più chiaro.
“A vita è na scorza ti marangia, ci la spuragni ti uscka li uecchi.” (La vita è una scorza d’arancia, se la strizzi ti brucia gli occhi.)
Lo disse a Lucietta, la donna che gli preparava il cucinato e lo aiutava a mantenere la casa pulita.
Lucietta era una donna ormai avanti negli anni, vedova e con quattro figli già sposati. Il suo aspetto non era stato dipinto da un pittore, ma i suoi modi erano gentili e affettuosi da farla rassomigliare ad un angelo del Beato Angelico.
“Eh, Cicci mia! La vita è na carogna, ti nu mumientu all’otru ti po’ minà basciu o ti po purtà alli setti cieli.” (Eh, Cicci mio! La vita è una carogna ti può portare giù o ti può portare ai sette cieli.)
Ormai cieco e malinconico, un giorno sentì il bisogno, mentre Lucietta stava preparando il ragù, di farle una domanda:
“Luciè mi vuò spusà?” (Lucia mi vuoi sposare?)
Lucia non rispose, pianse sommessamente e si asciugò gli occhi col grembiule. Cicci percepì i suoi singhiozzi:
“L’uocchi mia so l’uocchi tua. Lucì mi faci felici e a Maronna ti benedici. Io non ci veche cchiù, ma veche a facc toia, bella ti Maronna Mmaculata.”
(Gli occhi miei sono i tuoi occhi. Lucia, se mi fai felice e la Madonna ti benedice. Io non vedo più ma vedo la faccia tua di Madonna Immacolata.)
Lucia l’ascoltò in religioso silenzio ed ebbe l’ardire di farle una carezza. Cicci le prese la mano e la portò alla sua bocca, baciandola e stringendola come un bambino impaurito alla sua mamma.
“Io, Cì, no tengnu nienti e tu lu sé, vivo ti miseria.”
Lui la fermò e cercò la sua bocca per farla tacere. La trovò, trovò i suoi occhi e i suoi capelli. Trovò l’amore, quello che non aveva avuto e mai aveva cercato, per una forma di egoismo contro le ostilità della vita che lo avevano punito per non avere avuto una famiglia come tutti usano dire “normale”. Lui aveva cercato nel suo cuore la normalità del vivere, ma si nascondeva dietro la mascherata superbia di uomo che voleva stare un palmo sopra gli altri.
Cicci aveva accumulato una discreta fortuna col suo lavoro e sentì il bisogno di ordinare ad un maestro-cartapestaio di Lecce una statua raffigurante Santa Lucia. La sistemò in una nicchia all’entrata di casa e acconsentì a tutta la popolazione di farle visita per onorare la santa.
Cicci andava ogni giorno a messa alle sei del mattino, portato sottobraccio da Lucia che lo vestiva e lo profumava. Tornati a casa gli preparava il caffè, rigorosamente confezionato e portato da Napoli, dal bar Miccio.
Era l’unica abitudine che gli era rimasta: il caffè buono.
Cicci donò un organo nuovo alla chiesa e diede del denaro, in parti uguali, ai figli di Lucietta.
“Luciè ti cercu sulu una cosa: quannu moru, la statua ti santa Lucia a ta ssè nzieme a me e lu postu sua a ta essiri la chiesa ti Carusinu.” (Lucia ti cerco solo una cosa: quando muoio, la statua di santa Lucia deve uscire insieme a me e il suo posto dev’essere la chiesa di Carosino.)
La sua anima quietata spirò in un giorno di vento.
di Arcangelo Conzo e Floriano Cartanì
