C’è chi crede nel caso. E c’è chi guarda i segni. Gli stessi segni che da secoli, tra ombre e lumi, accompagnano la Chiesa di Roma.
Dop aver letto questa nota, forse qualcuno si chiederà: abbiamo assistito ad un grande evento oppure minuto dopo minuto una profezia si stava compiendo sotto i nostri occhi?
Tutto parte dall’11 febbraio 2025. Una data che già da sola vibra di risonanze. L’11 febbraio 1858 fu il giorno della prima apparizione della Vergine a Lourdes. L’11 febbraio 1929 furono firmati i Patti Lateranensi. L’11 febbraio 2013, Benedetto XVI – Joseph Ratzinger – annunciava le sue clamorose dimissioni. E ora, l’11 febbraio 2025, proprio mentre si acuiscono le condizioni di Papa Francesco, si muove silenziosa la storia. Ed ecco che Robert Prevost, già Prefetto dei Vescovi, si appresta a rivestire l’incarico di cardinale vescovo di Albano, un titolo assegnatogli da Bergoglio e carico di simboli. Rivestire il ruolo più rappresentativo di una delle chiese suburbicarie,le diocesi più vicine a Roma, è stata la sua porta d’ingresso verso il soglio più alto: 11, manco a dirlo, i papi che hanno percorso la stessa strada.
Ma non è tutto. Proprio in quel giorno, riceve dal Sovrano Militare Ordine di Malta il Collare, massima onorificenza di quell’Ordine millenario che proprio Papa Francesco aveva prima azzerato, poi faticosamente riformato. Un segno di discontinuità? O una riconciliazione consegnata nelle mani del suo successore?
E poi c’è l’anno giubilare. Proprio così: Leone XIV è tra i rarissimi pontefici della storia ad essere eletto in un Anno Santo, un tempo sospeso tra penitenza e perdono, ma anche pieno di aspettative messianiche. Non lo ha indetto lui, ma è lui che lo apre. Un gesto che somiglia a una consacrazione simbolica, quasi volesse dirci: “non è il Papa che guida il Giubileo, ma il Giubileo che ha chiamato il Papa”.
Il suo nome – Leone – rievoca potenza, fermezza, dottrina. Ma è anche un richiamo a quei papi forti della storia, come Leone I, il “Magno”, che affrontò Attila. O Leone XIII, il pontefice del Rerum Novarum. Forse il nome era già lì, scritto da qualche parte. Forse tutto era già scritto.
L’opus
