Una triste riflessione la mia oggi, vedo manifestazioni, bandiere, foto di bambini, non voglio parlare dell’ipocrisia che c’è sicuramente da una parte che vuole speculare anche su questa tragedia umana.
Ritengo che forse il pensiero, il silenzio e la preghiera sarebbero gli atteggiamenti migliori per questi angioletti innocenti, perché tutto questo che sta accadendo nasce da molto lontano addirittura da più di 2000 anni fa.
Occorre onestà intellettuale, conoscere la storia, e sulla base di questo non penso che questa si possa risolvere o influenzare con una bandiera, una foto e una protesta di piazza spesso strumentale che serve a soddisfare e mettere in pace la propria coscienza.
Perché la guerra di religione, di pensiero, di credo è la più difficile, la più delicata e diventa forse impossibile da risolvere quando i contendenti vivono in zone confinanti quanto non sovrapposte.
Infatti non si è mai realmente risolta definitivamente, perché entrambi ritengono questa terra “promessa” sia la loro “da sempre e per decisione divina”, d’altronde in questi territori ci sono tutti i luoghi che troviamo nella Bibbia: Sion, Ebron, Nazareth, Betlemme, Gerusalemme luoghi ritenuti la partenza della storia dell’età moderna.
I fatti recenti li conosciamo il 7 ottobre 2023, con circa 3.000 miliziani, Hamas ha lanciato il più grande attacco in territorio israeliano dopo la guerra arabo-israeliana del 1948, uccidendo circa 1.200 persone, di cui 859 civili, e prendendone in ostaggio 254.
L’attacco, esplicitamente rivendicato e considerato il più grande massacro subito dal popolo ebraico dopo la Shoah, ha portato alla dichiarazione di guerra da parte di Israele, dando inizio alla guerra di Gaza.
Come sempre, per tutte le guerre, è bastato questo attentato, comunque vergognoso, e questa scintilla diventa alibi, giustificazione per dare il via ai bombardamenti israeliani nella Striscia di Gaza che hanno provocato a oggi oltre 30.000 vittime e ferito almeno 72.000 persone, anche se i dati non possono essere precisi, distrutto case, ospedali e infrastrutture e reso quasi impossibile l’invio di aiuti umanitari.
Ma voglio offrire un riepilogo di tutta la storia di questa terra contesa, perché è sempre più importante vedere e capire tutto il film che isolare una fotografia.
Andiamo più indietro: la Palestina, fu conquistata dai turchi ottomani con la guerra guerra turco-mamelucca del 1516 e rimase sotto il dominio dell’impero ottomano per circa 400 anni, fino a quando essi la persero alla fine della prima guerra mondiale a favore del Regno Unito.
Sotto il protettorato inglese le autorità decisero di creare un focolare nazionale “national home” che potesse dare asilo ai pochi ebrei di Palestina che già vi abitavano da secoli ma, non soltanto a questi.
Nei decenni successivi la comunità ebraica crebbe rapidamente, tanto che gli inglesi tentarono di creare due stati uno arabo e uno ebreo ma, questi tentativi fallirono perché sempre respinti dalla comunità araba.
Gli inglesi nel “libro bianco” del 1939 dichiarano l’impossibilità di creare due stati indipendenti e che molleranno il protettorato nel 1949, a favore di un unico stato in cui però coesistono già due popolazioni molto diverse: araba e ebrea.
Con la seconda guerra mondiale i gruppi ebraici si schierarono con gli Alleati, mentre al contrario molti gruppi arabi guardarono con interesse l’Asse, la stessa Germania cercò anche di finanziare e armare alcuni gruppi palestinesi con lo scopo di colpire obiettivi ebraici.
Dopo la seconda guerra mondiale e i tragici fatti che colpirono la popolazione di origine o religione ebraica in molti paesi europei, l’ONU appena nato e la commissione UNSCOP (United Nations Special Committee on Palestine) prese posizione sul destino della regione, che nel frattempo era sempre più instabile, aggravato dal problema che molti dei rifugiati europei, scampati alle persecuzioni naziste, volevano tornare in Palestina.
Il 30 novembre 1947 le Nazioni Unite decisero (con la Risoluzione 181), con un voto favorevole di 33 nazioni, quello contrario di 13 (tra cui gli Stati arabi) e l’astensione di 10 nazioni (tra cui il Regno Unito, la spartizione della Palestina in due Stati, uno arabo e uno ebraico, il controllo dell’ONU su Gerusalemme e la fine del mandato britannico.
Il 14 maggio 1948 il Consiglio Nazionale Sionista, riunito a Tel Aviv, dichiarò costituito nella terra di Israele lo Stato Ebraico, col nome di “Medinat Israel”.
Gli arabi palestinesi, che in generale si erano opposti alla soluzione due stati proposta dalla Risoluzione ONU 181, non proclamarono il proprio stato e in un cablogramma ufficiale del 15 maggio 1948, gli Stati arabi pubblicamente proclamarono il loro intento di creare uno “Stato unitario di Palestina” al posto dei due Stati previsti dal piano dell’ONU.
Iniziava la prima guerra arabo-israeliano che finì in maniera peggiorativa per i palestinesi in quanto la striscia di Gaza fu occupata dall’Egitto e la Cisgiordania dalla Giordania e gli ebrei presero circa il 50% in più di quanto le concedeva il Piano di partizione dell’ONU.
Ci furono profonde e dolorose migrazioni da una parte e dall’altra in una convivenza che praticamente era uno stato di guerra permanente.
Nel 1964 fu istituita l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e così si arriva alla guerra dei Sei Giorni (dal 5 al 10 giugno 1967) anche questa cominciata dagli Arabi e combattuta da Israele contro Egitto, Siria, e Giordania, il conflitto si risolse a favore di Israele che occupò i territori palestinesi, oltre la penisola del Sinai.
Nel novembre 1974, l’OLP ottenne lo status di osservatore come “entità non statale” presso le Nazioni Unite.
Nel 1979, attraverso gli accordi di Camp David, l’Egitto accettò la fine di ogni pretesa sulla striscia di Gaza.
Nel luglio 1988, la Giordania cedette all’OLP le sue rivendicazioni sulla Cisgiordania, ad eccezione della tutela del Monte del Tempio (Haram al-Sharif).
Il 15 novembre 1988 il Consiglio nazionale palestinese, l’organo legislativo dell’OLP, in esilio ad Algeri, proclamò lo “Stato della Palestina” con 253 voti a favore, 46 contrari e 10 astensioni.
La dichiarazione cita sia il trattato di Losanna che la risoluzione 181 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, in sostegno della sua rivendicazione di uno “Stato di Palestina sul nostro territorio palestinese con capitale Gerusalemme”.
Tale Stato fu rapidamente riconosciuto dagli stati della Lega araba, tra cui Egitto e Giordania; a oggi è riconosciuto da circa la metà di tutti i governi del mondo.
Dopo la Dichiarazione di Indipendenza dello Stato di Palestina del 1988, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha ufficialmente riconosciuto il proclama e ha deciso di utilizzare la denominazione “Palestina” all’interno delle Nazioni Unite.
Con gli accordi di Oslo del 1993, in presenza di Yitzhak Rabin per Israele ed Yasser Arafat per la Palestina, con la mediazione USA di Bill Clinton,
Israele riconosce l’OLP come “rappresentante del popolo palestinese”, in cambio del riconoscimento da parte dell’OLP del diritto di Israele a esistere in pace, l’accettazione delle risoluzioni del Consiglio di sicurezza dell’ONU 242 e 338 ed il rifiuto di “violenza e terrorismo”.
In seguito dal 2003 alla fine del 2005, il governo israeliano ha attuato un Piano di disimpegno unilaterale israeliano per il totale ritiro dalla striscia di Gaza e parte della Cisgiordania settentrionale,
l’ANP ha ottenuto il pieno controllo della striscia di Gaza, ad eccezione dei suoi confini, dello spazio aereo e delle acque territoriali.
A seguito del conflitto intra-palestinese tra Fatah e Hamas del 2006, Hamas ha assunto il controllo della striscia di Gaza (in cui aveva ricevuto la maggioranza dei voti) mentre Fatah ha mantenuto il controllo della Cisgiordania, nel 2011 i partiti palestinesi hanno firmato un accordo di riconciliazione nazionale tra Fatah ed Hamas che prevede la formazione di un governo congiunto e la preparazione di elezioni parlamentari e presidenziali, a novembre 2012, in un voto per 138 a 9 (con 41 astensioni e 5 assenze), sulla base anche di questo l’Assemblea generale delle Nazioni Unite approva la risoluzione 67/19, aggiornando lo status della Palestina da “entità osservatrice” a “Stato osservatore non membro” che è equivalente a quello della Santa Sede.
Finalmente a luglio 2019, 138 (71,5%) dei 193 stati membri delle Nazioni Unite hanno riconosciuto lo Stato della Palestina e molti dei paesi che non riconoscono lo stato di Palestina riconoscono tuttavia l’OLP come “rappresentante del popolo palestinese”.
Il Comitato Esecutivo dell’OLP è autorizzato dal Consiglio Nazionale Palestinese a svolgere le funzioni di governo dello Stato della Palestina.
Di fatto le cose all’interno non cambiarono molto in quanto oltre al perenne conflitto all’esterno, le proteste interne, nel contesto della primavera araba, indicarono l’insofferenza della giovane popolazione palestinese nei confronti di disoccupazione, inflazione e mancanza di crescita economica malcontento vedono scontrarsi le due frazioni da una una parte Al-Fatah: il partito di Yasser Arafat un’organizzazione politica e paramilitare palestinese fondata nel 1959 e che fa parte dell’OLP.
Dall’altra Hamas: acronimo di ?arakat al-Muq?wama al-Isl?miyya, Movimento Islamico di Resistenza, ovvero «entusiasmo, zelo, spirito combattente», un organizzazione politica e militare islamista palestinese, sunnita e fondamentalista, nata nel 1987 presso i campi dall’azione dei profughi, sotto la pressione della Prima intifada, come braccio operativo dei “Fratelli Musulmani” per combattere lo Stato di Israele e finanziato direttamente e indirettamente da vari Stati come Arabia Saudita e Siria.
Queste due organizzazioni palestinesi hanno radici ideologiche diverse e obiettivi politici divergenti, il che ha portato a una grave, perenne e ancora irrisolta lotta per il potere all’interno del movimento di liberazione palestinese.
Le radici socialiste “baathiste” dell’OLP risalgono alla fondazione del partito nel 1964, quando la Palestina era ancora sotto il controllo giordano ed egiziano.
Il baathismo era un movimento politico panarabo e socialista che promuoveva l’unità tra i paesi arabi e l’adozione di politiche sociali e nazionaliste, sostiene la nazionalizzazione delle risorse e la distribuzione equa delle ricchezze, e adottò questi ideali come parte della sua lotta per la liberazione palestinese e divenne uno dei principali partiti di sinistra in Medio Oriente.
La fazione più estremista del partito, guidata da Yasser Arafat sviluppò una propria ideologia nazionalista palestinese ma, la perdita di riferimenti come l’Unione Sovietica e Cuba, l’emergere del neoliberalismo a livello globale e le pressioni politiche interne ed esterne hanno portato l’OLP ad adottare politiche più moderate anche per mantenere la sua rilevanza come organizzazione politica.
La base politica di Hamas è il “panislamismo” dei Fratelli Mussulmani ovvero l’unione di tutti i musulmani del mondo sotto un’unica bandiera, la creazione di uno stato islamico fondato sulla “sharia”, con l’aggiunta di una forte componente nazionalista palestinese, questa ideologia ha portato quindi a una forte opposizione all’Occidente e il sionismo anche se comunque Hamas considera la questione palestinese prioritaria.
Entrambi i movimenti hanno criticato gli accordi di pace tra Israele e i paesi arabi, considerandoli un tradimento della causa palestinese.
L’IRAN ha giocato un ruolo fondamentale nella politica palestinese, influenzando sia Hamas che l’OLP e ha fornito supporto finanziario e militare ad entrambi i gruppi.
L’OLP ha comunque cercato di mantenere relazioni equilibrate, una posizione più neutrale con le potenze regionali, pur accettando la fornitura di aiuti economici e politici.
Hamas ha cercato invece di sviluppare una forte alleanza con l’IRAN e i suoi alleati, incluso il gruppo islamista sciita Hezbollah in Libano, per rafforzare la sua capacità militare e per sostenere la sua agenda anti-Israele.
Di contro l’IRAN ha sfruttato il sostegno a Hamas come parte della sua strategia regionale per contrastare Israele e gli USA.
In generale, l’influenza dell’IRAN sulla politica palestinese è stata significativa anche se l’approccio conservatore dell’IRAN è stato spesso in conflitto con la visione più progressista dell’OLP, e invece più vicino ad Hamas, il gruppo islamista che ha invece abbracciato un’ideologia più conservatrice.
Il sostegno iraniano a Hamas è stato visto con preoccupazione da parte dell’OLP, in quanto temeva che potesse indebolire la sua posizione negoziale dei palestinesi nei confronti di Israele come sta avvenendo.
La politica dell’IRAN invece segue il “pansciismo”: una dottrina che promuove l’unione dei popoli sciiti e sunniti, in contrasto con il
“salafismo”, che mira a una ancora maggiore purificazione dell’Islam attraverso la creazione di uno stato teocratico basato sulla “sharia”, la legge islamica, ideologia seguita da alcuni gruppi islamici estremisti come l’ISIS e Al-Qaeda.
Per cui la politica pansciita dell’IRAN e il suo contrasto al salafismo, pur non esente da critiche anche da parte di alcuni stati araba a maggioranza di popolazione sunnita, che la vedono un pericolo per loro, potrebbe essere utilizzata come strumento per promuovere il dialogo interreligioso, la pace e la stabilizzazione della regione.
Hamas considera la Palestina una patria islamica che non potrà mai essere ceduta ai non musulmani e ritiene che condurre una “guerra santa” (JIHAD) per sottrarre il controllo della Palestina a Israele sia un dovere religioso per i palestinesi fedeli all’islam.
Annuncia che i cittadini d’Israele sarebbero stati colpiti ovunque, e che anche i civili israeliani sono “bersagli militari”, in virtù del fatto di vivere in uno Stato altamente militarizzato in cui vige la coscrizione
Hamas ha anche un’ala politica attraverso cui gestisce ampi programmi sociali e ha guadagnato popolarità nella società palestinese con l’istituzione di ospedali, sistemi di istruzione, istituti religiosi biblioteche e altri servizi fortemente radicati in tutta la Striscia di Gaza, programmi che Hamas considera di sola previdenza sociale e istruzione a favore della popolazione palestinese, le opposizioni considerano queste attività parte di una politica parastatale, e esercizi per la propaganda e il reclutamento.
Anche grazie a queste azioni, Hamas ha vinto nel gennaio 2006 a sorpresa le elezioni legislative, ottenendo 74 dei 132 seggi della camera con il 44% circa dei voti, mentre Fatah, con il 41% circa, 45.
La distribuzione del voto però era molto differente nei vari territori: le principali basi elettorali di Hamas erano nella Striscia di Gaza, mentre quelle di Fatah erano concentrate in Cisgiordania.
Occorre chiarire, inoltre, che
i tre quarti della popolazione palestinese, residente negli svariati campi profughi al di fuori della Palestina, non risiedendo nei territori occupati, non ha diritto di voto né per le elezioni palestinesi, né per quelle degli Stati in cui i palestinesi risiedono, fruendo dello status di rifugiato politico, pertanto in definitiva il risultato risulta comunque molto incompleto e parziale.
Il risultato del voto ha portato ad una guerra interna e alla battaglia di Gaza del 2007, proprio dopo questa Hamas, eliminando o allontanando gli esponenti avversari, ha preso il controllo completo della Striscia.
A loro volta Al-Fatah ha eliminato fisicamente o allontanato dalle loro posizioni i funzionari eletti di Hamas
dall’Autorità Nazionale Palestinese in Cisgiordania, e i loro incarichi assunti da esponenti di Fatah e da membri indipendenti.
Tanto che il 18 giugno 2007, il Presidente palestinese Mahm?d Abb?s (Abu Mazen) ha emesso un decreto che mette fuorilegge le milizie di Hamas ed è di fatto rimasto l’interlocutore ufficiale dei paesi occidentali per quello che riguarda lo Stato di Palestina, pur essendo capo del governo palestinese un leader di Hamas.
In definitiva un ambiente dove vige la legge dell’occhio per occhio, tutt’altro che rispettoso dei diritti sociali dei poveri palestinesi al di fuori di queste lotte di potere.
Pur non detenendo un esercito ufficiale il braccio armato di Hamas ha la sua ala militare nelle brigate Izz el-Din al Qassam che ha commesso e rivendicato svariati attentati suicidi contro i civili israeliani, soprattutto durante la Seconda intifada, provocando centinaia di vittime civili e militari.
Inoltre si sono impegnati in quattro conflitti armati facendo ricorso ad attentati suicidi e al lancio di razzi su Israele nel 2008, nel 2012, nel 2014, nel 2021 di cui l’ultimo del 2023.
Hamas è stata accusata da “Human Rights Watch” di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, ed è considerata un’organizzazione terroristica da Unione europea, Stati Uniti, Israele, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Giappone.
L’Unione europea ha vincolato la prosecuzione del sostegno all’Autorità Nazionale Palestinese a tre princìpi:
Hamas deve rinunciare alla lotta armata;
Hamas deve riconoscere il diritto di Israele ad esistere;
Hamas deve appoggiare chiaramente il processo di pace nel Vicino Oriente, come deciso in base agli accordi di Oslo.
Le operazioni di Hamas sono finanziate in parte dal contrabbando e dalla vendita di droga, inoltre riceve soldi da esuli palestinesi, dall’Iran, da benefattori privati in Arabia Saudita e da diversi altri Stati arabi, oltre che da raccolte di fondi e campagne di propaganda pro-?am?s in Europa e nelle Americhe, è comunque fuori dagli aiuti ufficiali degli USA e Europa al contrario di Giordania e OLP.
Hamas può comunque contare su un numero sconosciuto di fedelissimi e su decine di migliaia di simpatizzanti e aiutanti, per la sua lotta gestisce un’intricata rete di tunnel sotterranei all’interno della Striscia, che si estende anche al di sotto di ospedali e strutture civili.
Hamas è accusata di utilizzare gli ospedali come rifugi e centri di comando, usando così la popolazione civile come scudo.
Di fatto per i suoi attentati ha utilizzato anche donne-bomba, ma non ha mai utilizzato bambini come e riuscito a fare Al-Fatah.
Il pensiero del “Movimento di Resistenza Islamico” ritiene che la terra di Palestina sia un bene inalienabile (waqf), una terra islamica affidata alle generazioni dell’islam fino al giorno della resurrezione e infatti afferma testualmente che: “Nessuno Stato arabo, né tutti gli Stati arabi nel loro insieme, nessun re o presidente, né tutti i re e presidenti messi insieme, nessuna organizzazione, né tutte le organizzazioni palestinesi o arabe unite hanno il diritto di disporre o di cedere anche un singolo pezzo di essa, perché la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio”.
Questa è la regola nella legge islamica (shari’a), e la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano mai conquistato con la forza, perché al tempo della conquista viene consacrata per tutte le generazioni dell’islam fino al giorno del giudizio.
Non solo altre tesi antisemite e antisioniste, che potrebbero apparire farneticanti o deliranti per noi non fedeli mussulmani sono presenti nei loro proclami, fino anche a teorie che conducono alla negazione stessa dell’Olocausto.
Nel 2017 Hamas ha pubblicato un nuovo Statuto che accetta uno Stato palestinese transitorio con i confini del 1967 e quindi il riconoscimento di due stati, anche se anche in questo Israele non è riconosciuto in alcun modo, motivo per cui dalla comunità internazionale sono stati espressi dubbi sulle intenzioni vere dell’organizzazione.
Nel maggio 2024 la Corte Penale Internazionale ha chiesto l’arresto dei leader di Hamas: Yahya Sinwar, Isma’il Haniyeh e Mohammed Deif, per sterminio, presa di ostaggi, stupri e altre forme di violenza sessuale; sempre in tale occasione, analoga richiesta è stata fatta anche per il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della difesa Yoav Gallant per aver causato lo sterminio e utilizzato la fame come metodo di guerra, la negazione di aiuti umanitari e per i massacri contro i civili.
L’OLP e Hamas rappresentano due organizzazioni palestinesi che hanno radici ideologiche e politiche differenti, tuttavia, entrambe le organizzazioni hanno una visione comune del “nazionalismo palestinese” come valore fondamentale.
L’OLP e Hamas concordano sul fatto che la Palestina debba essere libera e indipendente, e che la lotta contro l’occupazione israeliana debba essere una priorità assoluta.
Questo fine comune potrebbe essere un punto di partenza per la collaborazione futura, come lo è stato per un periodo in passato, anche se questa collaborazione sarà possibile solo se entrambe le organizzazioni saranno disposte a superare le loro differenze ideologiche, gli approcci politici differenti, e lavorare insieme per la causa palestinese.
In sintesi, come abbiamo visto, l’OLP rappresenta un approccio progressista e secolare alla politica palestinese, ha radici socialiste baathiste e promuove la creazione di uno stato palestinese indipendente sulla base delle risoluzioni dell’ONU, in definitiva una posizione più moderata, cercando di negoziare con Israele attraverso il processo di pace.
Hamas, invece, si basa su un’ideologia conservatrice islamica dei Fratelli Mussulmani e punta alla liberazione totale della Palestina, compresa l’attuale Israele, attraverso la resistenza armata e l’affermazione della legge islamica.
Queste differenze hanno portato ad una rivalità tra le due organizzazioni, che ha spesso ostacolato gli sforzi per la causa palestinese.
Hamas ha spesso cercato di imporre il proprio punto di vista rigido sulla società palestinese, vietando attività culturali e sportive ritenute in contrasto con i valori islamici.
D’altra parte, l’OLP ha sempre cercato di promuovere la libertà di espressione e i diritti delle minoranze nella società palestinese.
Resta aperta la questione su come i due movimenti possano lavorare insieme per raggiungere una soluzione pacifica al conflitto israelo-palestinese e come la comunità internazionale possa sostenere questo processo.
Questo il panorama, questo lo scenario nel quale si trovano gli abitanti palestinesi già all’interno senza pensare al conflitto perenne con Israele.
Il Medio Oriente è definito “il ring del mondo”, dallo storico Yuval Noah Harari, anche a causa di questo lungo e irrisolto conflitto.
Veniamo ai dati, ai freddi e terrificanti numeri: più di tre quarti dei 2,2 milioni di abitanti della Striscia, per la metà bambini, sono al momento sfollati internamente, ammucchiati in una delle aree più densamente abitate al mondo (5.749 abitanti per km quadrato), senza accesso a cibo e medicinali, con meno di un litro d’acqua al giorno per bere o lavarsi, senza accesso a servizi igienici o di rimozione dei rifiuti, in un luogo in cui le infezioni e le malattie sono estremamente diffuse.
Questi dati non includono le centinaia di migliaia di persone che non vivono in un centro rifugiati e non sono quindi registrate.
Due terzi delle famiglie riescono a mettere insieme solo un pasto al giorno e un quarto della popolazione è a rischio imminente di fame e malnutrizione.
Una generazione alla fame!
Non solo perché questa condizione ha conseguenze che si protraggono da una generazione all’altra, solo a Gaza ci sono almeno 60.000 donne in gravidanza.
Già prima dello scoppio della guerra 1,6 milioni di persone a Gaza aveva necessità critiche di aiuti umanitari perché in condizione di insicurezza alimentare, la carenza di cibo continua, per cui si innesta il circolo vizioso più malnutriti più immunocompromessi, il tutto senza sapere per quanto tempo ancora.
Inoltre c’è il rischio che la strage consumata fin qui non sia che l’inizio di una crisi sanitaria che potrebbe durare decenni, anche dopo un eventuale cessate il fuoco che ci auguriamo a breve e definitivo, perché poi c’è anche la disabilità permanente di bambini che hanno perso uno o più arti, oltre alle cicatrici invisibili: la salute mentale di tutti i sopravvissuti.
Quale il futuro, secondo il settimanale scientifico “New Scientist” nessuna, tra le principali organizzazioni umanitarie internazionali contattate, dispone al momento di piani a lungo termine concreti per rispondere alle necessità mediche della popolazione, proprio a causa della portata del disastro umanitario che si sta consumando a Gaza.
L’OMS sta lavorando a piani per provvedere ai bisogni sanitari della popolazione a Gaza ma, sui progetti pesa l’incertezza sul proseguimento dell’azione militare, e su chi governerà Gaza alla fine del conflitto.
Storia Israele e Palestina: la storia di una terra ancora contesa.
In una guerra che è di ideologia ma, soprattutto di religione il mio augurio è che Dio veramente guardi, si commuova e intervenga, anche se non conosco il modo, la modalità e attraverso cosa o chi, anche se nella Sacra Bibbia troviamo che l’ha già fatto.
D’altronde ciò che sono riusciti a fare gli uomini l’abbiamo già visto.
Buona riflessione.
