Il Referendum che ci divide: tra tecnicismi, colpe politiche e un popolo disilluso

Mentre la democrazia diretta dovrebbe rappresentare il momento più alto della partecipazione civica, il referendum in Italia è diventato troppo spesso un esercizio sterile, o peggio ancora, uno strumento di lotta politica fine a sé stessa. Il recente referendum ne è un esempio lampante: domande complesse, tecnicismi esasperati, e una crescente distanza tra ciò che viene chiesto ai cittadini e ciò che i cittadini sono messi realmente in condizione di comprendere e decidere.

La responsabilità non è di chi non va a votare, ma di chi ha fatto di tutto per far perdere significato a questo strumento. Da anni, a destra come a sinistra, si lanciano quesiti referendari non per risolvere problemi concreti, ma per spaccare, polarizzare, delegittimare l’avversario o l’istituzione del momento – che siano i magistrati, il Parlamento, i sindacati o la Corte costituzionale. Una sinistra che spesso si è chiusa in un tecnicismo accademico, lontano dalla concretezza quotidiana, e una destra che ha trasformato il referendum in una chiamata alle armi ideologica, più utile per i social che per il Paese.

In questa cornice, si arriva a quesiti come quello sull’“autonomia differenziata” – una materia che spacca il Paese tra Nord e Sud, tra chi ha già e chi rischia di perdere – oppure riforme della giustizia così tecniche che nemmeno molti addetti ai lavori ne colgono le reali implicazioni. Temi che meriterebbero ampi dibattiti, informazione trasparente e una comunicazione accessibile a tutti. Invece, il cittadino si trova davanti a schede incomprensibili, magari cinque in un colpo solo, su cui dovrebbe decidere il futuro di settori complessi dello Stato, mentre a stento riesce ad arrivare a fine mese.

Il problema è più profondo: la crescente astensione non è solo disaffezione, è un grido d’allarme. Gli italiani non sentono più che il loro voto cambi qualcosa. E quando si vota su temi così divisivi, così lontani dalla realtà del lavoro, dell’affitto, dei figli da mantenere, la gente semplicemente si ritira. Non è disinteresse: è sfiducia. E chi governa – tutti – dovrebbe tremare davanti a questa disillusione.

La verità è che il lavoro unisce, il voto dovrebbe farlo. Ma se continuiamo a costruire referendum che dividono, che parlano solo agli addetti ai lavori, che sembrano scritti per togliere consenso invece che per costruire soluzioni, stiamo scavando la fossa alla nostra stessa democrazia. Domani – non tra vent’anni, ma domani – potrebbero davvero toglierci la possibilità di votare. E non perché ci sarà una dittatura, ma perché avremo smesso di crederci prima ancora che qualcun altro ce la porti via.

Il referendum dovrebbe essere uno strumento per unire, per dare voce. Oggi è diventato solo un pretesto per litigare. E la colpa non è solo della politica: è nostra, se continuiamo a lasciarlo fare in silenzio.

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