Umiltà intellettuale: Io so di non sapere

 Nell’opera Dialoghi di Platone l’autore afferma che Socrate ricercava costantemente la verità e riconosceva la sua ignoranza come punto di partenza per trovarla, il fondamento del pensiero del filosofo greco è racchiuso in una delle sue citazioni più celebri “Io so di non sapere”.

Il cosiddetto paradosso socratico, che esprime l’idea di un’ignoranza consapevole, ovvero il riconoscimento della propria mancanza di conoscenza assoluta, che diventa forza motrice del desiderio di conoscere. 

Da questo concetto parte la mia riflessione: cosa penserebbero gli stessi Platone e,  ancora più Socrate, se si trovassero nella nostra epoca a leggere ciò che accade nei talk o che si legge sui giornali o che scorre sui social?

Sono rimasto molto perplesso pensando a tutte le affermazioni categoriche, assolute, perentorie quando anche piene di astio, di odio che si ascoltano in molti discorsi o dibattiti, o che si leggono su tutte le piattaforme.

Io ascolto i soliti slogan buttati lì giusto perché bisogna interpretare un ruolo, o leggo distrattamente, alcune mi fanno anche sorridere nella loro assurda incoerenza, lungi da me commentare le “verità” che compaiono sui social e quindi immettermi in una discussione vana, quanto inutile e inconcludente.

A questo proposito mi vengono in mente altri esempi famosi.

Albert Einstein lo scienziato più importante del XX secolo, il cui QI era pari a 160 affermava che  “Un vero genio ammette di non sapere nulla“. 

Benjamin Franklin, aveva l’abitudine di iniziare una discussione pronunciando le parole: “Forse mi sbaglio, ma…”.

Il riconoscere l’impossibilità di sapere tutto è alla base della UMILTÀ INTELLETTUALE ovvero la consapevolezza dei propri limiti di conoscenza e l’apertura a imparare da altri, anche da chi sembra avere meno esperienza o competenza. 

Gli psicologi definiscono umiltà intellettuale come la capacità di riconoscere i nostri errori e le nostre mancanze e ammettere che la nostra conoscenza è limitata, per poter così imparare di più.

Questo concetto è stato discusso per secoli dai filosofi e recentemente indagato dagli psicologi.

Non è sottomissione come potrebbe sembrare o un acquiescenza cieca ma, è un riconoscimento dei propri limiti della propria conoscenza, 

accettare che non si sa tutto e attivare contemporaneamente un atteggiamento di curiosità e di desiderio di apprendere,.

Apertura all’apprendimento continuo, al dialogo e alla discussione, una spinta a cercare nuove informazioni, alla comprensione profonda e a valutare punti di vista diversi che possono offrire intuizioni preziose.

Significa ancora “rispetto” per gli altri, riconoscere che tutti possono avere qualcosa da insegnare, indipendentemente dalla loro posizione o esperienza. 

Invece cosa accade?

Cosa facciamo abitualmente? Sopravvalutiamo quello che sappiamo perché siamo depositari della verità assoluta, il nostro punto di vista è il più corretto e soprattutto ogni nostra convinzione è vera, sosteniamo di essere esperti in un argomento e che nessuno ne sa più di noi, ci assegniamo il premio di esperti universali.

Ci asserragliamo nelle nostre convinzioni da cui è impossibile smuoverci, allo stesso tempo disprezziamo quello che gli altri affermano ed etichettiamo qualsiasi obiezione come un nonsenso, un attacco diretto contro la nostra persona.

In genere, crediamo di essere migliori o più precisi degli altri, e questo in ogni contesto che sia politico, religioso, culturale o anche quando si parla di impostazione di stili di vita, senza minimamente ipotizzare che quello che crediamo di sapere può essere sbagliato. 

Umiltà intellettuale è una virtù da riscoprire o meglio da scoprire in tempi di “tuttologia”, dove ognuno sembra avere un’opinione su tutto e dove la stragrande maggioranza delle persone è convinta di avere sempre ragione.

L’umiltà intellettuale invita al riconoscimento delle proprie limitazioni conoscitive ed è l’antidoto contro la “prepotenza”, ci ricorda che le relazioni non si basano sull’imposizione o la pretesa, bensì sulla comprensione, sulla flessibilità, sul rispetto e sull’arricchimento che derivano dalla conoscenza di altri punti di vista.

Diventa alleata cruciale per sfidare la marea di certezze infondate, di bufale, di fake, di credenze, di convinzioni e preconcetti radicati, è la chiave che ci apre le porte dell’apprendimento, per crescere sul piano personale e rendere ad una comprensione più profonda del mondo che ci circonda.

L’umiltà intellettuale risulta però una strategia difficile, “costosa” da mettere in atto, in quanto è più semplice e appagante ritenere di avere ragione.

Richiede anche una buona dose di risorse cognitive, gli studi condotti da gruppi di ricerca formati da sociologi e psicologi universitari, ha infatti evidenziato che gli individui intellettualmente umili tendono ad essere maggiormente caratterizzati da pensiero riflessivo, bisogno di cognizione, curiosità e apertura intellettuale. 

Queste persone sono meno propense a fare affermazioni su informazioni che non possiedono, ricercano una valutazione più accurata delle proprie conoscenze, ascoltano, leggono, fanno più attenzione ai “dati” che supportano le loro opinioni fanno sicuramente uno sforzo cognitivo maggiore ma, così risultano meno suscettibili a varie forme di disinformazione, come le teorie del complotti di ogni tipo e le fake news.  

Quali le cause i motivi di questo “egocentrismo” intellettuale?

Il primo è la “rigidità mentale” uno dei tratti della personalità maggiormente correlati, di chi è chiuso nei propri schemi mentali, rifiuta qualsiasi idea diversa dalla propria, cerca di adattare il mondo al suo pensiero, piuttosto che fare il contrario. 

Spesso questa chiusura cognitiva che fa parte dei i tratti personali è una difesa, una posizione paranoica maniacale per nascondere le proprie incertezze, non mettendosi neppure alla prova.

La tecnologia, il web aumenta l’illusione della conoscenza, l’accesso immediato e agevolato a qualunque informazione, di qualunque genere e argomento, crea l’illusione di avere a portata di mano una conoscenza infinita su ogni ambito e di farla propria semplicemente ricordando una frase, un’immagine regalando l’illusione di aver già appreso e già fatto propria tutta quella competenza.

Quali le strategie per cambiare per modificare il nostro atteggiamento?

Non cadere nei “bias di conferma”, ovvero quella tendenza a cercare o interpretare informazioni in modo che confermino i propri preconcetti e convinzioni.

Ammettere di non sapere, accettare e dire semplicemente “non lo so”.

Sviluppare spirito critico, valutare e confutare obiettivamente, in maniera consapevole, la validità delle informazioni, notizie o opinioni.

Aprirsi all’ascolto per abituarsi anche al confronto costruttivo. 

Prendersi un momento per riflettere, specialmente prima di affrontare conversazioni che potrebbero diventare conflittuali.

Provare a “uscire da sé stessi” durante le situazioni di confronto. 

Parlare, scrivere, utilizzando la “terza persona” può favorire una prospettiva meno egocentrica.

Osservare le situazioni in modo più distaccato, riducendo le emozioni negative nei confronti degli altri e favorendo una maggiore capacità di comprensione.

Mantenere sempre la mente aperta, l’apertura mentale porta sempre ad una crescita in termini di saggezza.

Diventare schiavi di una convinzione e darle il potere di verità assoluta ci impedisce di crescere a livello personale e sociale. 

In definitiva, ci limita.

Di contro l’umiltà intellettuale è una strategia che può aiutare a ridurre l’ansia da prestazione e la tendenza a voler sempre avere “ragione”. 

La ricerca suggerisce che essere intellettualmente umili può aiutarci a migliorare noi stessi come crescita personale e ad arricchire e migliorare le nostre relazioni interpersonali.

L’umiltà intellettuale aiuta a gestire meglio le difficoltà, essere, come è di gran moda oggi, “resilienti”;  si accettano meglio anche gli insuccessi, visti come opportunità di apprendimento e non come minacce personali.

L’umiltà intellettuale contribuisce a un maggiore benessere psicologico riducendo sentimenti come “invidia e risentimento” e aumentando quelli positivi come “gratitudine e soddisfazione personale”.

L’umiltà intellettuale può realmente facilitare la costruzione di relazioni autentiche, l’ascolto attivo e la valorizzare delle opinioni altrui porta alla costruzione di relazioni più profonde e significative.

Favorendo i valori “prosociali” come l’empatia e la gratitudine, si superano con maggiore facilità le differenze interpersonali, si “ODIA” di meno e ce ne sarebbe proprio bisogno.

L’umiltà intellettuale è determinante per crescere dal punto di vista personale e sociale per uscire dai “cervelli all’ammasso” di cui Giovannino Guareschi già parlava ottant’anni fa.

Buona riflessione 

Roberto Kudlicka

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