Se mai l’acqua dovesse finire?

Se andate a Gravina a cenare in uno dei ristoranti ricavati in antiche cisterne di acqua piovana o visitate una costruzione del diciannovesimo secolo barese vi accorgerete che il recupero delle piogge era necessità e fonte di ricchezza. E capite perché quell’acqua piovuta dal cielo (letteralmente) non era vendibile perché non era prodotta; cioè non aveva un costo in termini di lavoro; pur si vendeva in cambio di pari cortesia in caso di siccità ad amici e parenti o si distribuiva dopo aver soddisfatto le proprie esigenze personali e familiari. Esigenze che non erano quelle attuali e quindi l’acqua che pioveva era sufficiente -anche se poca- e si cercava di risparmiarla e di farla bastare; meglio sarebbe stato se ve ne fosse molta di più -si pensava- ma era lo stesso per tutti i beni.

 Poi venne il capitale. Con l’impiego di rilevanti somme si costruirono gli acquedotti e segnatamente in Puglia quello Pugliese che portò l’acqua da una sorgente unica in sempre più città. Sorgente unica, condotta unica producono il monopolio dell’acqua. La forza di questo monopolio ha permesso di superare l’antica regola per cui l’acqua non si vende; come? piano piano si introduce il concetto di prezzo del servizio (servizio erogato dai dipendenti dell’Acquedotto e quindi andavano come vanno pagati i loro -spesso lauti- stipendi); si introduce anche il concetto di “compensazione” (non un prezzo per l’acqua ma una compensazione); così tra regioni si forma un mercato di compensazioni ambientali o altre formule che permettono agli acquedotti assorbitori di acqua di invogliare i fornitori di acqua e cederla. Appaiono nuovi aspiranti fornitori di acqua -anche d’oltremare- che ardentemente aspirano a fornire acqua. Si forma un mercato di soldi impensabile prima e favorito dal potere reale detenuto dal dispensatore di acqua.

 Come si fa a piantare un pomodoro senza acqua? come si è fatto per secoli? Non se lo ricorda più nessuno. Come si può stare senza una doccia al giorno? Non si sa e si vuole sempre più acqua. Che ne facciamo delle acque piovane? Sprecate se non vietate perché ormai “insalubri”. E le acque fognarie vere risorse vitali per l’agricoltura? Divengono costi enormi di depurazione a carico del consumatore. Visto che ci siamo -pensa qualcuno- andiamo da qualunque parte a comperare l’acqua che non basta mai. Si arriva a produrre ortaggi e frutta con immenso dispendio di acqua (per esempio con i sistemi idroponici) dimenticando come si faccia a farlo in asciutto. Ma anche ogni altra produzione -dall’acciaio alle mozzarelle- hanno bisogno di acqua e quindi l’aumento di quelle produzioni non potrà prescindere dalla disponibilità di nuova acqua; a buon prezzo.

 Così il Pil che è (nella mente di governanti e governati) la misura della bontà delle politiche economiche, per crescere ha bisogno di acqua che viene trasportata con energia. Un duo acqua-energia destinato ad accrescersi sempre più. E se non piove almeno quanto serve per ricostituire le scorte minime? Che si fa per produrla? Non vi sono risposte credibili.

 Nella loro attesa si segue un percorso suicida di un sistema economico e politico che ha bisogno di far pagare ai consumatori “servizi” di acqua e energia che producono introiti faraonici con i quali si reggono le imprese e le Istituzioni. Cioè l’intero sistema non può più fare a meno della sovrafatturazione dei beni e servizi di primissima necessità come l’acqua, l’energia elettrica, il carburante, il gas mettendoci dentro anche le tasse.

 Se mai l’acqua dovesse finire?

[responsivevoice_button buttontext="Leggi articolo" voice="Italian Female"]

News dal Network

Promo