Mentre l’Italia si ostina o, se preferite, perde tempo a Roma, nella “Nuvola” di Fuksas, con una fantomatica conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, lontana da noi non solo geograficamente (ben 900 km dal confine), ma ancor più per interessi geopolitici e strategici, proprio davanti a casa nostra, in Libia, si consuma un caos dalle proporzioni enormi.
Parliamo di un Paese distante appena 300 chilometri dalle nostre coste e ancora più vicino, se si considerano gli interessi in gioco, compresa la nostra sicurezza, che non si limita alla gestione dei flussi migratori, ma include anche il rischio di azioni ostili da parte di potenze estere.
Eppure noi, imbelli, ci preoccupiamo delle infrastrutture sanitarie ed energetiche in Ucraina, del restauro dei beni culturali di Odessa e dell’efficientamento idrico della stessa area. Il tutto per la bellezza di 1,2 miliardi di euro.
Nel frattempo, in Sicilia e Sardegna, le infrastrutture sono così obsolete che disperdono tra il 50% e il 52% dell’acqua immessa in rete. In Abruzzo, nella provincia di Chieti, la dispersione raggiunge addirittura il 70,4%. E il 9% delle famiglie italiane subisce quotidianamente interruzioni idriche.
E noi pensiamo a Odessa. Sarebbe comico, se non fosse tutto drammaticamente vero.
Come è vero che pochi giorni fa il ministro Piantedosi, insieme ai colleghi Thomas Plevris (Grecia), Byron Camilleri (Malta) e Magnus Brunner (Austria), Commissario UE per le Migrazioni, è stato respinto dal governo del generale Haftar durante una visita ufficiale a Bengasi.
Così come è vera la notizia dell’arresto del generale Osama al-Masri da parte delle autorità di Tripoli. Lo stesso al-Masri che, nel gennaio 2025, era stato comodamente rimpatriato con un volo di Stato dopo essere stato arrestato a Torino, su mandato della Corte Penale Internazionale, mentre assisteva a Juventus–Milan.
Due scosse sismiche il respingimento diplomatico e l’arresto eccellente che annunciano un vero e proprio tsunami all’orizzonte. O almeno, per chi sa leggere i fatti.
Ma eventi completamente sottovalutati da chi, troppo impegnato a nascondere i propri errori sull’Ucraina, preferisce minimizzare entrambi gli episodi.
L’Italia, del resto, sembra condannata a scegliere sempre il cavallo perdente: con la Germania nella Seconda guerra mondiale, con l’Ucraina nel conflitto attuale, e ora con il governo di Tripoli.
E anche quando abbiamo vinto, non siamo mai riusciti a raccogliere i frutti: basti pensare alla Seconda guerra d’indipendenza (cessione di Nizza e Savoia) o alla Prima guerra mondiale (la “vittoria mutilata”).
A dispetto della narrazione dominante in Italia e in Occidente, il cosiddetto “governo di Tobruk” sostenuto da Russia, Egitto, Emirati Arabi Uniti e Francia controlla circa il 70% del territorio libico. Oltre alla Cirenaica, domina gran parte del Fezzan a sud, le pianure di Barce a est, l’intera area di Sirte e una porzione significativa della Tripolitania.
Al contrario, il governo di Tripoli, sostenuto da Italia, Turchia e Qatar, non controlla nemmeno il 30% del territorio dell’ex colonia italiana.
Questa situazione ha spinto l’Unione Europea tramite il proprio Commissario alle Migrazioni e tre dei Paesi più colpiti dai flussi migratori (Italia, Malta e Grecia) a tentare una missione diplomatica a Bengasi. Ma la missione è stata affondata sul nascere dal rifiuto secco delle autorità di Tobruk.
Probabilmente si era pensato: “Meglio trattare con chi presto controllerà tutta la Libia, prima che il governo di Tripoli affondi del tutto”.
Ma, evidentemente, si erano fatti i conti senza l’oste.
Haftar, infatti, è spalleggiato da Mosca e dal Cairo. E se da un lato l’Italia e l’Europa stanno ancora pagando l’opposizione a Putin con ben 17 pacchetti di sanzioni dall’inizio della guerra in Ucraina, dall’altro hanno contribuito, seppur indirettamente, al caos libico e alla continua delegittimazione del generale Haftar.
Basti pensare alla disputa sull’area offshore al largo della Cirenaica, dove l’ENI è in pole position: Grecia ed Egitto hanno esteso le loro Zone Economiche Esclusive (ZEE), nel tentativo di ostacolare quelle della Libia filo-turca, cioè del governo di Tripoli danneggiando però anche la ZEE di Tobruk.
In questo intricato scenario di interessi strategici, il messaggio di Haftar è stato chiarissimo: in Libia comandiamo noi. E gli affari li facciamo con i nostri alleati egiziani e russi in testa. Gli altri? Che si accomodino… magari per un tuffo in mare.
Ora, siccome i Paesi europei Italia in primis sono sempre affamati di energia, non possono certo permettersi di fare gli spocchiosi. E le autorità di Tobruk lo sanno bene: sanno che presto gli stessi che sono stati cacciati in malo modo da Bengasi torneranno, con il cappello in mano e toni ben più concilianti.
Su questa consapevolezza gioca anche il governo di Tripoli, che, proprio come il Vietnam del Sud guidato da Ngo Dinh Diem, ha calato l’ultima carta ideologica per evitare l’abbandono da parte dell’Occidente: quella della difesa dei diritti umani.
L’arresto del generale al-Masri va esattamente in quella direzione.
Dunque, che fare? Aiutare Tripoli o arrendersi all’inevitabile ascesa di Haftar?
Una cosa è certa: la politica è come il calcio “gol non fatto, gol subito”.
Quando, tra il febbraio 2015 e il settembre 2016 (governo Renzi), l’allora ministra della Difesa Roberta Pinotti presentò un’ipotesi tanto coraggiosa quanto logica occupare militarmente la costa libica per contrastare l’avanzata dell’ISIS, l’Italia, come spesso accade, non ebbe il coraggio di fare ciò che andava fatto.
Sotto l’egida della comunità internazionale, si sarebbe dovuto inviare un contingente militare tra le 5.000 e le 50.000 unità, con l’ausilio di navi e caccia, per occupare la costa libica fino a una profondità di circa 50 km.
Ma per farlo sarebbero serviti due elementi fondamentali: un governo pienamente sovranista e uno Stato realmente libero e indipendente.
E l’Italia, all’epoca, non era né l’uno né l’altro.
Un po’ per le proteste di Haftar, un po’ per non disturbare i cugini d’Oltralpe verso i quali buona parte del PD nutriva (e nutre) una smodata ammirazione e un po’ perché in certi ambienti un’iniziativa del genere sarebbe stata bollata come “fascista”, Renzi finì per rinunciare.
Eppure la stessa Pinotti aveva osservato che, se in Afghanistan si potevano inviare 5.000 militari, non si capiva perché non fosse possibile farlo per un territorio che si affaccia proprio davanti casa nostra.
Già…
Ma si sa: tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare. E se non sai nuotare, il mare ti può anche far annegare.
