Ancora incidenti sul lavoro. Tragedie terribili che hanno da sempre minato la vita lavorativa di tutti. Scattano le indagini perché si poteva e quindi doveva evitare. L’obiettivo è: morti zero; chi non è d’accordo? Ma come si fa?
L’idea cristiana della fatalità viene infranta da quella laica efficientista di voler superare e dominare la fatalità presupponendo la onnipotenza dell’uomo sugli eventi. È una delle componenti della “filosofia” laica che impone la ricerca della causa e quindi di chi avrebbe potuto e dovuto evitare l’evento nefasto; le indagini puntualmente lo chiariranno certamente; si dirà che un operatore -forse una delle vittime- avrebbe dovuto stringere meglio un bullone, oppure che avrebbero dovuto legarsi a qualcosa di fisso, oppure che le macchine avrebbero dovuto essere revisionate,…certo è che, qualunque cosa si accerti, il padrone sarà ritenuto responsabile ultimo; però se a rimanere ferito fosse stato il padrone stesso, le indagini non sarebbero servite a molto.
Cioè, sembra che il padrone -che è un lavoratore- può essere accusato di imperizia se altri si feriscono ma non può pensarsi che le sue ferite possano essere causate dalla imperizia dei suoi collaboratori. Risultato: gli incidenti statisticamente non si riducono mentre fare impresa come anche semplicemente lavorare serenamente è impossibile. E lo Stato con tutta la sua forza si abbatte sulla testa del padrone che è presunto, ex lege, responsabile della fatalità, a prescindere. Questa è pur sinteticamente e grossolanamente la situazione quale scaturisce dalla legge.
C’è qualcosa che non quadra.
In tempi molto lontani non esisteva tutela contro gli incidenti sul lavoro ed ognuno stava attento ad evitarli.
Poi le cose si sono evolute e molto: primo, sono state introdotte le assicurazioni sugli incidenti per risarcire il danneggiato senza danneggiare l’impresa oltre un costo previsto e certo, cioè il premio assicurativo; secondo, la tecnologia oltre ai tanti danni che produce cominciando da quelli ambientali ha moltiplicato la pericolosità delle lavorazioni; terzo, la potenza dei mezzi di comunicazione ha moltiplicato la domanda di sicurezza e quindi si sbatte in prima pagina la faccia di uno che secondo questa interpretazione laica dei fatti sarebbe colpevole; quarto, ma non meno essenziale, è comune convinzione che è meglio avere un malessere contratto per svolgere il proprio lavoro che no, fino a simulare cadute e influenze e dolori di schiena per rimediare un po’ o molti soldi.
E la simulazione o la caduta voluta e non accidentale qualora accertata non produce quasi mai una punizione per il simulatore; quinto gli incidenti veri spingono per una legislazione ad hoc; ma quella esistente è inefficace anche se apparentemente favorevole ai lavoratori e quindi fortemente ingiusta se non premiale. E fino a che la legislazione sarà scopertamente premiale per il lavoratore dipendente ferito o ammalato, gli incidenti e le malattie lamentate come dovute al lavoro non potranno che crescere.
In illo tempore il lavoratore era il primo che cercava di evitare di cadere…era infatti prima di ogni altro un suo preciso interesse non farsi male. Si tratta di regole di sempre e per sempre che adesso si vogliono superare asserendo che la fatalità non esiste: si poteva prevedere ed evitare: è il nuovo postulato indiscutibile figlio della onnipotenza dell’uomo moderno e della sua arma migliore: la tecnologia…. quindi se accade un sinistro è colpa di qualcuno mentre lui, il danneggiato, per definizione diviene una vittima quindi da risarcire. Così il sinistro diviene un affare per il sinistrato.
Uno dei maggiori pilastri su cui fondare la prevenzione è la formazione. Si asserisce e statuisce e impone che serve formazione, cioè serve “educare” i lavoratori ad una maggiore attenzione sul luogo di lavoro (come se fuori dal lavoro questo non valga) e a meglio conoscere i pericoli impliciti all’impiego delle moderne tecnologie. Questa specie di revival di paternalismo applicato a personale che ormai è per la maggior parte extracomunitario con il quale la comunicazione è difficile per questioni di lingua, dovrebbe risolvere gran parte della questione sicurezza. In realtà sono persone strappate dalla filosofia mondialista dalle loro realtà natìe che sono molto differenti e meno burocratizzate; quindi hanno bisogno di più generazioni per svestirsi almeno parzialmente della loro identità e adattarsi alla nostra modalità di lavoro.
Tutto questo senza essere madre lingua italiana e senza spesso avere un minimo di scolarizzazione nel paese di provenienza… siamo di fronte ad una “leggerezza” o sottovalutazione della questione (se non una vera e propria stupidaggine offensiva della identità e dignità de lavoratore) destinata ad essere inefficace nel contrastare gli incidenti; formazione che non solo non trasferisce al discente niente di significativo ma cerca di imporre metodi non conformi alla sua identità e cultura che intralciano il personale rendendo il lavoro più faticoso se non penoso aggravando il rischio di incidenti e malattie professionali.
Tutto ciò non serve a nessuno e aggiunge al dolore per gli incidenti occorsi, il danno di posti di lavoro volatilizzati, vite lavorative spezzate, ricchezze perdute. Queste sono questioni di “sistema” e quindi afferenti allo Stato che, pur con le migliori intenzioni, con l’attuale legge in vigore non solo non ha migliorato i numeri degli incidenti ma ha aggravato enormemente la disfunzione nel funzionamento del sistema.
In questo manca una posizione colta, credibile e convinta delle imprese; forse perché alcune loro associazioni sono controllate da aziende dove il padrone è lo stato o controllate dai finanzieri, cioè quelli che non pagano mai.
Cioè siamo all’anno zero nella prevenzione degli incidenti sul lavoro.
Canio Trione
