Gerascofobia: la “sindrome di Dorian Gray”

Per Gerascofobia intendiamo la fobia di invecchiare, una paura irrazionale, persistente, anormale e ingiustificata degli anni che passano e del corpo che si deteriora. 

Essa è studiata fin dagli anni ‘60, ed è generalmente classificata tra le fobie specifiche, anche se essa si associa spesso a quadri psichiatrici complessi, frequente è la comorbilità con altri tipi di fobie e sintomi ansiosi, unitamente ad un sentimento di mancanza di realizzazione personale, può anche essere associata al timore di restare soli, senza risorse e incapaci di provvedere a se stessi.

Il processo di invecchiamento è naturale e fa parte del normale percorso di vita di qualsiasi essere umano, alcune persone, però, sperimentano una vera e propria paura, un’ansia, una esagerata preoccupazione per i disfacimenti fisici e mentali che caratterizzano il processo di invecchiamento e questo anche alla sola idea di invecchiare, è in questi casi che parliamo di Gerascofobia.

Questa fobia, dal greco geraskos (anziano) e fobos (paura), da non confondere con la Gerontofobia (la paura degli anziani), è anche conosciuta come “Sindrome di Dorian Gray”, il personaggio, protagonista del famoso romanzo di Oscar Wilde, capolavoro dell’estetismo e del decadentismo.

Dorian, rappresenta infatti metaforicamente cosa voglia dire vivere questa fobia: incapace di accettare lo scorrere del tempo e l’incedere inesorabile della vecchiaia, 

non potendo pensarsi imperfetto,

scese a patti con il proprio divenire e chiede a un suo ritratto di invecchiare al suo posto.

Mentre lo specchio gli avrebbe rimandato ciò che era stato in giovinezza, negando in questo modo, a sé stesso, la morte e convincendosi così di poter superare ogni limite biologico. 

È il tempo, con il suo scorrere lento e inesorabile, che diviene fantasma così doloroso da dover essere negato; Dorian Gray rappresenta l’esempio per eccellenza di un meccanismo di negazione, oggi più che mai attuale, l’emblema dell’ideologia dell’apparire che difficilmente può conciliarsi con l’essere se stessi.

È una paura patologica e irrazionale dell’invecchiamento, distinta dalla normale, fenomeno universale, una preoccupazione per l’età che avanza, che, oltre alle componenri strettamente personali e soggettive, è stata accentuata, soprattutto ultimamente nella nostra società,  dall’ageismo e dalla cultura che esalta la giovinezza.

Circa il tema della vecchiaia, già nella cultura greca antica, vi erano opinioni discordanti: Solone sosteneva come la vecchiaia fosse degna di essere vissuta in pienezza, permettendo di apprezzare i propri familiari, il valore del tempo che passa e le conoscenze acquisite nel corso della vita.

Di contro Mimnermo affermava “quando arriva la dolorosa vecchiaia, che rende turpe anche l’uomo bello, sempre dolorosi affanni lo sconvolgono nel cuore, né si rallegra a vedere i raggi del sole, ma nemico ai ragazzi, disprezzato dalle donne, … appena sia passata questa fine della stagione primaverile meglio morire che vivere”. 

D’altra parte, benché si fantastichi sull’eterna giovinezza, tanto agognata dalla ricerca scientifica, la vecchiaia è parte ineliminabile e naturale della vita stessa anche se, in virtù del decadimento fisico e psicologico che essa comporta, rende la vita fragile e maggiormente esposta. 

La vecchiaia è da sempre stata considerata l’età contemplativa per eccellenza, in cui l’attenzione per l’immagine corporea dovrebbe lasciare spazio alla riflessione consapevole, alla saggezza.

Anche se, riguardo alla scarsa accettazione di tale naturale condizione, Pirandello nel suo Saggio sull’Umorismo già scriveva “Una vecchia che si veste come una giovinetta suscita il riso”…

Ovviamente, la paura di diventare vecchi non è una prerogativa femminile, anche gli uomini possono entrare in crisi e, con l’età avanzata, perdere stima in loro stessi; in entrambi i generi l’illusione di essere ancora prestanti e attraenti e seducenti, può essere motivo di ulteriore disagio psicologico, come per ogni altra attività compulsiva.

Tornando alla patologia tra i principali sintomi troviamo:

– Sensazione di forte ansia legata all’idea dell’invecchiamento, degli anni che passano, del corpo e della mente che si deteriorano, compreso quella per la perdita di autonomia con la preoccupazione di diventare un peso per gli altri o di perdere la propria indipendenza.

– Pensieri negativi legati all’idea di non poter fare più le stesse esperienze e/o attività di quando si era più giovani.

– Presenza costante di rimpianti e rimorsi.

– Pensieri negativi legati all’idea di non aver vissuto la propria vita come si sarebbe voluto.

– Paura di rimanere soli, senza più amici e parenti.

– Terrore di ammalarsi di disturbi gravi legati all’invecchiamento, come il morbo di Parkinson o la sindrome di Alzheimer.

– Attacchi di panico occasionali dovuti alle problematiche sopracitate.

– Non accettazione del proprio corpo con, nei casi più seri, ricorso alla chirurgia estetica.

In generale e più comunemente si manifesta un’ansia intensa e persistente, che può portare a evitare situazioni che ricordano il passare del tempo. 

Come ogni fobia, anche la Gerascofobia può avere diverse cause, di natura multifattoriale tra le più comuni: percezioni negative della vecchiaia, preoccupazioni sociali legate al declino fisico e alla perdita di autonomia, credenze sociali negative, inattività e perdita di desiderabilità, bassa autostima

Tra le cause anche traumi legati a lutti, soprattutto di persone che sono scomparse troppo giovani o legati a gravi malattie sopraggiunte durante la vecchiaia e che hanno coinvolto persone molto vicine.

Anche una educazione molto rigida, legata all’idea di doversi realizzare immediatamente, rispettando certi obiettivi (es. lavorativi, familiari ecc.).

Tra le cause è fondamentale la coopresenza di altri disturbi psicologici già presenti, come:

– disturbo d’ansia generalizzato,

– disturbo istrionico di personalità,

– disturbo di dismorfismo corporeo,

– narcisismo patologico,

questi alimentano paure e fobie anche in presenza di buone forma fisica e condizioni di salute. 

La vecchiaia è oggi grande fenomeno di massa, divenuta oggetto di studio di medici, psicologi e scienziati, ciò anche in virtù del significativo aumento della “popolazione anziana”. 

Il fascino della bellezza fisica, sta diventando sempre più centrale nella società odierna, tanto che non sorprende che vi sia una crescente richiesta, anche in età avanzata, di interventi di chirurgia estetica.

Nel corso degli ultimi anni, stante la notevole diffusione di tali procedure chirurgiche, sono stati condotti numerosi studi volti ad approfondire il ruolo che i fattori psicologici esercitano nel ricorrere alla chirurgia estetica.

La crescente frequenza di tali trattamenti chirurgici estetici può essere attribuibile a molteplici fattori tra questi vi è:

– l’evoluzione delle ricerca medica sul campo che ha reso le procedure chirurgiche sempre più sicure e meno invasive, 

– significativo è anche il ruolo invasivo che i mass media attribuiscono ai canoni estetici di bellezza sempre più ideali, a rigidi concetti di bellezza e perfezione.

Numerose ricerche hanno dimostrato come l’insoddisfazione legata all’immagine corporea rappresenti il principale fattore predisponente al ricorso alla chirurgia estetica.

Il “non piacersi”, il “non accertarsi” è la caratteristica principale di diverse forme di psicopatologia tra cui:

Il “Disturbo di Dismorfismo Corporeo”, ricerche hanno dimostrato che una percentuale che varia dal 13% al 28% di pazienti che ricorrono alla chirurgia estetica evidenzia questo disturbo. 

Inoltre molti studi evidenziano un’elevata prevalenza di “Disturbi di Personalità” dei pazienti che ricorrono alla chirurgia estetica, quello “Narcisistico”, che è stato rilevato nel 25%, mentre circa il 10% dei casi si rileva la presenza di “Disturbo Istrionico di Personalità”. 

Altre ricerche sperimentali hanno messo in luce come, tra i pazienti che ricorrono ai trattamenti chirurgici estetici, si arrivi al 47% di incidenza di questi disturbi mentali.

La nostra società, vede sempre più 

il ricorso alla chirurgia plastica ed estetica quale strumento atto ad anestetizzare emozioni dolorose connesse alla naturale evoluzione del corpo umano.

Una strategia auto-immunizzante utile a non entrare in contatto con gli stati emotivi dolorosi che possono accompagnarsi alla senescenza.

Qualora l’individuo ricorra ai trattamenti chirurgici estetici, con alla base un problema psicologico, è probabile che permanga l’insoddisfazione rispetto all’immagine corporea o, più verosimilmente, un più generico vissuto di insoddisfazione che poco attiene alla sfera corporea, riguardando invece il mondo interiore dell’individuo. 

Oltre ai fattori personologici predisponenti sopra descritti, è bene considerare come la senescenza si associ altresì alla cessazione delle attività lavorative, che talvolta comporta l’emergere di un vissuto di esclusione dalla vita sociale, associato a vissuti di ansia e frustrazione. 

Il pensionamento comporta cambiamenti radicali nell’assetto di vita di un individuo, e spesso viene vissuto in maniera ambivalente, da un lato con un senso di liberazione, dall’altro come profondamente destabilizzante, venendo a mancare le consuetudini ormai acquisite e consolidate.

Tale condizione può associarsi ad una deflessione del tono dell’umore con sentimenti di tristezza e vuoto; in tale nuovo assetto di vita, la persona può infatti ritrovarsi a contatto con se stesso, con i propri stati emotivi talora dolorosi, non potendo più servirsi del lavoro anche come strumento di distrazione e in un certo qual modo di “allontanamento” dalla parte più intima di sé. 

Sempre più spesso, infatti, nella società attuale si perseguono obiettivi professionali sempre più ambiziosi, che comportano in alcuni casi un’attitudine all’iper-lavoro che lascia poco o nessuno spazio al contatto con i propri stati emotivi. 

Può quindi accadere che ciò avvenga, tutto ad un tratto, nella fase della senescenza e che la persona sia poco preparata a gestire tali stati emotivi, sia sguarnita e non abbia altri strumenti utili a gestire tali vissuti dolorosi, 

La donna e l’uomo nel periodo della senescenza raccolgono quanto seminato in precedenza, guardano al passato per fare un bilancio, una valutazione di quanto siano riusciti a perseguire dei propri obiettivi iniziali, cosa abbiano realmente prodotto per loro e per gli altri.

Qualora tale bilancio risulti positivo, l’individuo avrebbe la sensazione di aver speso adeguatamente la propria esistenza, riuscendo quindi a vivere serenamente la terza età. 

Nel caso in cui, tuttavia, il bilancio fosse negativo, essendo la persona poco soddisfatta di quanto vissuto, 

consapevole di non avere un tempo sufficiente per correggere gli errori del passato può esprimere, secondo lo psicologo tedesco naturalizzato statunitense Erik Erikson, assumerebbe un’attitudine di rifiuto, di negazione della vecchiaia stessa, un senso di disperazione che si nasconde spesso dietro il disprezzo verso le persone e le istituzioni, sentimenti che in realtà riflettono il disprezzo che l’individuo, intimamente, prova verso se stesso.

È innegabile che, invecchiando, si vada incontro a innumerevoli cambiamenti fisici, cognitivi e psico-sociali, la minore produttività e l’uscita dal mondo del lavoro potrebbero sfociare in sentimenti di esclusione, tristezza, inutilità e vuoto.

Le persone che soffrono di questi sintomi possono imparare ad alleggerire l’ansia derivata dai pensieri negativi, imparare nel tempo ad accettare l’idea della vecchiaia, strutturare dentro di sé un’immagine reale e congruente con la propria età fisica e mentale.

Occorre comprendere anche che ci sono paure che non sono le nostre, le sperimentiamo si, ma molto risentono dell’influenza della società e della mentalità del tempo che le accompagna.

Dobbiamo guardare in maniera distaccata, consapevole e non giudicante sia i nostri pensieri, che soprattutto gli imperativi sociali che ci vorrebbero eternamente giovani, perfetti ed efficienti.

Costruire e coltivare relazioni positive con familiari, amici e creare nuove amicizie può offrire un forte supporto e sicurezza, come anche migliorare l’autostima e le competenze sociali e verbali, riducendo al contempo invecchiamento del cervello, dello stress e dei sintomi ansiosi e depressivi.

Sviluppare un rapporto più equilibrato con il tempo e accettare la vecchiaia e il tempo che passa come una fase naturale della vita è fondamentale. 

In conclusione, di tutte le sfide cui è sottoposto l’individuo nel corso del proprio percorso evolutivo, quella della vecchiaia è la più umana. 

L’uomo, infatti, lungi dall’arrendersi al trascorrere ciclico del tempo, gioca con la vecchiaia una complessa partita, anche mediante strategie di compensazione come quelle descritte.

Nel caso di fobie più impattanti bisogna comunque ricorrere ad un aiuto professionistico, una terapia psicologica, un approccio di tipo cognitivo-comportamentale.

Concludendo, una volta stabilito che, almeno al momento, non esiste un elisir di lunga vita, il vero antidoto all’invecchiamento è vivere nel presente, accertandolo in tutte le sue forme!

Buona riflessione.

Roberto Kudlicka

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