Gli ultimi interventi dei vertici europei lasciano intravedere una Europa senza idee, frastornata, in crisi d’identità. Dopo decenni di iniziative tipicamente burocratiche, senza ossigeno né prospettiva, senza energia né aspirazioni, ma con una austerità maniacale, la Unione Europea sta assaporando l’amarezza della vecchiaia. Purtroppo, non sa come uscire da questo stato comatoso. Sembra che non basti più nemmeno il Gerovital, l’elisir miracoloso di una volta.
Ha cominciato Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, alla prima Conferenza per la libertà e la democrazia, tenuta sull’isola di Ventotene. Questa isola, ricca di testimonianze romane, con stupende bellezze naturali, immersa in una riserva marina protetta, proiettata nel turismo dello snorkeling e delle immersioni, qualcuno ha deciso che debba diventare il simbolo di una immarcescibile attuale lotta politica, vecchia e noiosa: antifascismo ed Europa federale. Il Manifesto di Ventotene, che è di grandissimo interesse solo per la comunità politica, non certo per l’annoiato e indifferente popolo, è diventato, nella propaganda, la Bibbia d’Europa. Bisunto e inutile, il Manifesto descrisse una Europa che non c’è mai stata eccetto che per l’applicazione di quella tesi che non avrebbe mai dovuto essere applicata: il governo in mano ad una élite che rappresenta solo sé stessa … perché il popolo è incolto e non sa decidere.
Alla fine, però, quale era l’obiettivo vero della Conferenza? Usare la memoria storica per costruire una internazionale contro le autocrazie; invitare l’Europa all’azione, visto che le ricette ci sono (Rapporto Draghi); sollecitare la politica ad attivarsi!
Ma non è tipico degli anziani indugiare nella memoria di una vita vissuta? Come si fa a non capire che la situazione in cui versa il vecchio Continente è figlia di una politica che si crogiola, presuntuosa, in una eredità remota, di civiltà e di progresso, costruita però da altri che non ci sono più? L’Europa, una volta, illuminava il mondo pur essendo sempre stata un campo di battaglia. Una volta … per questo suscita stupore sentire: “il mondo ha bisogno dell’Europa per non soccombere ai regimi e alle autocrazie”.
Perbacco, Europa come Zorro!
Ma i nodi vengono sempre al pettine. La memoria non serve per la quotidianità mentre i popoli evolvono. La frattura fra una classe politica, tronfia nel proprio doppiopetto, privilegiata e ancorata alla memoria, e la realtà sociale, vestita con jeans da operaio con i problemi quotidiani, si è talmente acuita che questa discrasia genera inconsapevoli e non più latenti disagi.
Si è, forse, cinici nel sostenere che, poiché non si possono cancellare i popoli, non rimane altro che cancellare questa classe politica? Questa è la nuova consapevolezza che genera distacco e astensionismo.
Al Congresso della Picierno, ha fatto eco l’immarcescibile Giuliano Amato. Lui, dice le stesse cose: l’Europa deve agire ma senza disegnare nuove architetture e nuovi paradigmi. Amato si confina, pertanto, nella monotona dicotomia Destra/Sinistra. In Italia, in Europa, in Occidente c’è una guerra civile, senza fine. Ricorda quella masochista dei “polli di Renzo”, magistralmente descritta da Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi.
Cosa sostiene Amato? Lui descrive una Sinistra in crisi profonda che non ha saputo opporsi al dilagare della cultura woke e dei populismi. Ed ecco il suo antidoto: bisogna che la Sinistra ritorni al passato, ad una “politica partecipata” e al “ripristino del radicamento territoriale”. Anche qui, come con la Picierno, ritroviamo la melanconia della memoria.
E’ di tutta evidenza, invece, che è sbagliata l’analisi perché si confonde la causa con l’effetto. La causa del degrado civile e socio economico non è la crisi della Sinistra ma è l’evoluzione dei popoli che ha reso obsoleta una Sinistra che non vuole cambiare. Questa, priva di matura e consapevole visione strategica, non è più in grado di esprimere una politica.
Amato ragiona, noiosamente e da vecchio volpone, solo in chiave elettorale e non politica. Purtroppo, la verità più è semplice, più è negata: la obsolescenza delle architetture liberal democratiche. Non ci vuole più Sinistra, né più Destra. Ci vuole innovazione e cambio di paradigma; nuove architetture.
Ma ecco che, a Picierno e Amato, si aggancia, in trenino, la Ursula von der Leyen. Il suo recente discorso sullo stato dell’Unione è illuminante proprio mentre, da più parti arrivano segnali di critica, sommessa o gridata, verso la Commissione e, in particolare verso la Ursula. Si dice che l’Europa è insignificante; si dice che non è fra i grandi, ma è loro terreno di conquista; si dice che è in crisi socio economica politica; si dice che non cresce ma boccheggia; si dice che parla troppo e fa poco. La classe politica europea, comincia ad avere consapevolezza di questo tragico scenario. Ma, quello che più conta, sono le genti che sono in subbuglio. Il disagio, le violenze, le manifestazioni, le rivolte di piazza, gli scontri non più sedati dal “political correct”, sono all’ordine del giorno. Ursula von der Leyen corre ai ripari e nel suo discorso descrive la via da percorrere. Dice che la via è nota da tempo: la ha disegnata Draghi nel suo Rapporto per la Competitività più di un anno fa. Eccola: “Liberare le nostre capacità produttive da troppi vincoli e “dazi” autoimposti, unire i nostri mercati, specie in ambito energetico e finanziario, adottare strumenti di debito comune per la crescita, l’industria e l’occupazione, irrobustire le nostre capacità tecnologiche e di conoscenza, mettere in comune e accrescere i nostri strumenti di difesa e sicurezza, in un quadro di riforme istituzionali credibile”. E, alla fine, conclude: “Serve la politica. Serve forza e consenso”.
E’ proprio questo il problema: si saprebbe cosa fare, ma non si sa come farlo.
In verità, due sono i fattori emergenti: il primo è che quello che Ursula descrive non è un progetto strategico ma solo una lista, in propaganda politica, di buoni propositi perché lei è la prima a non crederci; il secondo è che le manca, insieme alla Commissione, il know how per realizzare perché lei e la Commissione sono burocrati in carriera, mica politici. Ritorna in mente il vecchio adagio: “Fra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare”. Ma, forse se ne sono accorti in pochi, la Ursula ha allontanato, da sé e dalla Commissione, la responsabilità dell’inazione. Il progetto c’è; è che i Governi negano il consenso. Questa è il sottile ma robusto filo rosso che lega Picierno, Amato, Ursula.
Sembra che a rimettere la questione nel giusto alveo, ci abbia pensato Draghi, a Bruxelles, nella Conferenza della Unione “Un anno dopo il rapporto Draghi”.
Si badi che non si vuole, qui, fare una valutazione della bontà del Rapporto; si vuole solo evidenziare che, dato il Rapporto, la progettualità descritta è stata totalmente disattesa. Cosa ha detto Draghi in Conferenza? E’ stato durissimo puntando il dito contro la compiaciuta inazione della Eu.
«A un anno di distanza, l’Europa si trova in una posizione più difficile. Il nostro modello di crescita sta svanendo. Le vulnerabilità stanno aumentando. E non esiste un percorso chiaro per finanziare gli investimenti di cui abbiamo bisogno … l’inazione minaccia non solo la nostra competitività, ma la nostra stessa sovranità». Draghi, quindi, ha accusato l’Europa e, a molti è sembrato, Ursula e la Commissione, d’ignavia. Ma non è così. La Ursula non avrebbe mai invitato Draghi per essere messa sotto accusa. Ritroviamo qui, il filo rosso: Picierno, Amato, Ursula ed ora Draghi. Il piano c’è, i Paesi membri sono divisi.
Infatti, Draghi è salito in cattedra e, con riferimento al suo Rapporto, ha descritto dettagliatamente cosa non è stato fatto per arrivare al nocciolo della questione: ora, alla Eu non bastano più investimenti da € 800 mld/anno; ora servono investimenti per € 1.200 mld/anno. Non è dato sapere se al lordo o al netto delle guerre.
Allora, spunta la domanda velenosa: ma Draghi era lì per criticare la Ursula o per aiutarla a chiedere soldi? Sembra d’essere di fronte, non a un piano di sviluppo, ma un progetto di salasso. Eppure, l’Italia non ha una lira; la Francia, in subbuglio, boccheggia; la Germania, con i rimasugli dei suoi surplus, rilancia la produzione armandosi in proprio. Intanto il mondo anglosassone (Uk e Usa), Russia e Cina parlano di affari. E l’Europa? A caccia di soldi depaupera i propri cittadini!
Ci si prepara un bel futuro. La visione eurocentrica emergente è chiara: non gli Stati Uniti d’Europa, ma l’accorpamento dei bilanci dei 27 nell’unico bilancio EU. Non significa, forse, accorpare i governi? Non significa, forse, che i Paesi membri divengano province? Potrebbe essere una soluzione. Ma il problema è: chi gestirebbe questa valanga di soldi? Il sospetto è che non sarà certo la Commissione che ha mostrato tutta la sua incapacità ma un establishment mai dichiarato ma sempre presente. Quale sarebbe il disegno? Alle autocrazie mondiali si vorrebbe contrapporre la autocrazia europea gestita, però, proprio da chi ha generato la crisi occidentale.
Ovviamente, la fattibilità di questa prospettiva passa dalla cancellazione della votazione alla unanimità in una Unione che non è Stato, che non ha Costituzione, che ha un Parlamento senza poteri legislativi.
Questa prospettiva ha il suo slogan: “è una questione di sopravvivenza”.
Gli appelli all’unità e al senso di appartenenza e, udite, alla sovranità dell’Europa si sprecano. E’ in atto la svendita dei Paesi membri della Unione.
E’ il colpo d’ariete di una visione dominante che non è di Sinistra, né Dem ma della loro silenziosa evoluzione. La potremmo chiamare, con l’acronimo DemF (Dem finanziaria).
Il dado è tratto: vediamo, ora, come rispondono i Paesi membri.
Antonio Vox
