Hate speech, shitstorm: Comunicazione digitale, odio digitale!

Riflettevo sui contenuti di articoli, forum, panel, articoli, post non c’è quasi più nessuno che spenda una parola “buona”, una parola che non sia divisiva, che non significhi “io ho ragione e tu hai torto”, “io sono forte e tu non sei nessuno”.

Senza assolutamente pensare, dove tutto questo ci ha già portato e ci sta portando e come sarà possibile, sperando che lo sia, tornare indietro.

Resto perplesso…molto!

Non è più un discorso culturale, di ceto, di stato sociale: ignoranti e dotti, analfabeti e docenti cattedratici, giovani e vetusti in quiescenza, indigenti e ricchi tutti intenti a buttare benzina sul fuoco ad alimentare ancora di più la situazione, come se questo orrire potesse trasformarsi da putrida cloaca in un una specie di “fiamma simbolica” che abbia il potere di purificare, distruggere il male, rinnovare e trasformare tutti e tutto.

Boh…

Vengo al tema della mia riflessione: l’evoluzione degli strumenti di comunicazione digitale, degli ambienti digitali, e soprattutto l’affermazione dei social media, ha permesso ai discorsi d’odio di proliferare in rete.

Ovvio che nulla si è creato da solo o è stato concretizzato dalla, recente prezzemolina, intelligenza artificiale, almeno al momento, c’è sempre la mano umana dietro questi messaggi.

Scrivo la “mano” in quanto questo è sicuro, mentre relativamente alla “mente” nutro forti dubbi esista.

Con “discorsi d’odio” si intende la pubblicazione e la propagazione di opinioni non rispettose della dignità umana, ma anche quell’insieme di comportamenti, atteggiamenti e gesti che incitano alla violenza o risultano discriminatori di un gruppo o di un singolo, sulla base di principi etnico, razziali, politico, religiosi, di genere, di orientamento sessuale e non solo. 

Parto da alcune definizioni tecniche: 

Cos’è lo hate speech?

Lo hate speech, spesso tradotto in italiano con la formula “incitamento all’odio”, è una categoria elaborata negli anni dalla giurisprudenza americana per indicare un particolare tipo di comunicazione che si serve di parole, espressioni o elementi non verbali che, non hanno altra funzione a parte quella di esprimere odio e intolleranza, nonché di incitare al pregiudizio e alla paura verso una persona o un gruppo di persone, accomunate da etnia, orientamento sessuale, politico, religioso o disabilità, ecc.

Cos’è lo Shitstorm?

Uno “shitstorm”, rientra ed è una tipologia dei discorsi d’odio ed è una violenta, progressiva o repentina ondata, uno tsunami, un vero attacco di critiche, commenti negativi, insulti anche feroci, che possono diventare crudeli disumani, organizzata da un gruppo anche consistente quanto spesso di massa, che si abbatte su una persona nota, un politico, un’azienda, o un’organizzazione, o anche su un intero popolo tramite le piattaforme online e i social network, con l’obiettivo “minimo” di danneggiarne la reputazione ma, con il fine, non retorico e figurato, di farlo letteralmente fuori.

Questo fenomeno è traducibile come “tempesta di escrementi”, è un esempio di gogna mediatica digitale e può avere conseguenze legali da una parte, morali, reputazionali ma, anche umane molto gravi. 

L’ambiente digitale, in particolare quello dei social network, ha indubbiamente un potere di diffusione e di pubblicità dell’odio ben maggiore rispetto ai media tradizionali. 

Le espressioni d’odio e il linguaggio ostile all’interno dello spazio online sono solo una nuova modalità di divulgazione d’odio che è sempre esistito e presente; la progressiva digitalizzazione, infatti, non ha rivoluzionato la manifestazione di comportamenti odiosi, ma ha attribuito agli stessi più robuste capacità di impatto. 

Questo grazie ad alcune caratteristiche intrinseche del web: in primo luogo una volta immesso qualcosa in rete, ha una notevole capacità di “persistenza e di divulgazione”, oltre la permanenza dei testi e delle immagini in rete esiste anche il ritorno imprevedibile dei contenuti, anche se precedentemente rimossi.

Ulteriore fattore da considerare la funzione “scudo” dello schermo, percepito come una protezione, l’eventuale anonimato, che tra l’altro non esiste perché comunque resti sempre rintracciabile, che permette di sentirsi più legittimati a veicolare messaggi d’odio, senza riflettere sulle possibili conseguenze.

L’imminente gratificazione l’istantaneità, l’amplificazione spropositata del messaggio, la transnazionalità della comunicazione, che rende i contenuti accessibili a tutti in tempo reale, tutto questo crea un senso di onnipotenza che ostacola la ponderazione dei giudizi e favorisce le reazioni incontrollate e la minimizzazione dell’autorità. 

Internet in tutto questo è solo un mezzo facilitatore, uno strumento che ha la capacità di rendere virali alcuni contenuti in un lasso di tempo anche brevissimo, che funziona e che agevola pensieri, pulsioni già in essere, già esistenti.

Definiti i fenomeni voglio riportare cosa studiosi sociologi, psicolgi, psichiatri pensano di questi comportamenti tutt’altro che da sottovalutare anche per le persone, e che sono tante, a cui piace dilettarsi in questo nuovo passatempo, un diversivo, anche doloso e lucroso che può risultare molto pericoloso per tutti.

Ritengo difficile che questi individui, ripeto di tutti i livelli, dal comportamento più banale a quello più delittuoso, vogliano mettere in discussione i loro assunti e loro stessi; vogliano capire “meglio” qualcosa di loro, o comprendere fino in fondo la pericolosità e completa inutilità di queste condotte e di queste illusorie soddisfazioni e autocelebrazioni.

La morfologia dell’hater oggi però è cambiata, non si nasconde più dietro un profilo falso o uno pseudonimo, l’odiatore, nella sua paranoia, sempre più spesso non è più l’anonimo “leone da tastiera”.

Oggi si fa riconoscere. 

Vuole farsi riconoscere! 

Rivendica la ribalta. 

Non si sente più solo, ma spalleggiato, legittimato. 

I bersagli dell’offesa, come le motivazioni, sono sempre più o meno gli stessi e lui ha solo bisogno di confermare se stesso attraverso un capro espiatorio. 

La ricerca forsennata di popolarita e consenso, ha stravolto le regole del

confronto e del dialogo, si tratta di un cambiamento radicale ed estremamente preoccupante. 

Come ci spiega la psicologia sociale, esternare l’odio è un bisogno primitivo, non elaborato, riversato su gruppi che culturalmente rappresentano ciò che è considerato debole o inferiore. 

Si tratta di persone dal funzionamento psichico basato su dinamiche binarie: dentro-fuori, buono-cattivo, bianco-nero. 

Persone, incapaci di fronteggiarsi con un panorama che muta e che per questo gli fa paura. 

Il senso della comunicazione sociale è cambiato in peggio e, sempre più spesso, porta con sé un ridimensionamento, siamo di fronte a una vera e propria “subcultura”, di fake, di informazioni false, parziali, dolose o completamente inventate, si crea cosi una ricondivisione di articoli, pareri, opinioni pagati profumatamente, o il rilancio di slogan con un linguaggio sembra andare di pari passo con lo svuotamento dei contenuti. 

Ugo Foscolo avrebbe detto:

“Sdegno il verso che suona e che non crea”.

Una sua critica anticipata al Decadentismo dei suoi tempi, oggi viviamo il decadentismo della sostanza, che si nutre di poche parole e per giunta vuote!

La stragrande maggioranza dei post, tweet, video su tiktok, ecc. mostra un odio generico verso i dolosi bersagli prestabiliti, e anche una scarsa o intenzionale e delittuosa conoscenza;  nella quasi totalità sono risposte esaltate e esaltanti condivisioni, mostrando così la necessità, per gli autori, di appartenere a gruppi di persone con valori condivisi che si autosostengono, dove il like è il cinque di compiacimento, che da la carica verso nuovi livelli di inutilità.

L’odio è un sentimento antichissimo, tra le sue caratteristiche ha quelle per cui, mentre crea fratture sempre più profonde, coltiva al contempo una sensazione di (falsa) unione tra persone che si alleano; il web diventa uno strumento di espansione che fa assumere velocemente forme pandemiche e cronicizza in forme aggressive l’insofferenza e il disagio quotidiano esistenti in questi individui. 

Vittorio Lingiardi, un saggista, psichiatra e psicoanalista italiano, professore ordinario di Psicologia dinamica su questo fenomeno afferma:

“I social network spesso funzionano come luoghi di evacuazione delle proprie scorie psichiche, l’odio è sempre figlio di un disturbo o un disagio. 

Il tweet o la sparata su Facebook sono solo forme di distruttività e vigliaccheria virtuale, sono come difese psichiche primitive che si esprimono attaccando aspetti fondamentali dell’umanità altrui. 

E’ una forma di bullismo senza esposizione fisica. 

Fare i prepotenti con qualcuno percepito come debole, diverso, nemico fa sentire e farsi percepire dal branco come i più forti.

Che si tratti di “lupi solitari” o di “odiatori di gruppo”, il comportamento degli haters mira a esercitare sul

mondo esterno (cioe su soggetti sociali) una forma di controllo perduta nel mondo interno (cioè nei propri sistemi di regolazione simbolica e relazionale).

Oppure l’odio si rovescia contro “l’altro”, “devo” odiare per avere un’identita:

perché se trovo un “non-io” 

allora avrò un “io”. 

Il classico fenomeno di proiezione:

“Non sei me. 

Per questo ti temo, 

per questo ti odio”

In pratica è come se la rete e i social e i media in generale, fossero un gigantesco lavatoio dove dare sfogo alle pulsioni più negative, che altrove verrebbero censurate: l’interlocutore non è presente, non è un individuo in carne e ossa, e quindi non ci si cura dei suoi sentimenti. 

Per combattere lo hate speech, dobbiamo costruire storie belle. 

È ciò che si chiama “narrazione alternativa”. 

Contro le parole dell’odio, affidiamoci al potere curativo delle parole che abbracciano, che leniscono, che uniscono.

La filosofa Luigina Mortari afferma: “Senza cura la vita non può fiorire. 

È essenziale, perché protegge la vita e coltiva la possibilità di esistere.

Non è buonismo, è una pulsione vitale. Serve, anche, a preservare la nostra specie dall’autodistruzione”.

Buona riflessione.

Roberto Kudlicka

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