Il primo impatto con questo testo è stato complesso per almeno due motivi immediatamente recepiti: Gianni Antonio Palumbo ha il dono di saper trasformare la letteratura, quella che sente e vive profondamente, in poesia. Cosa per niente facile, perché la letteratura ha una sua fermezza e un suo clima, un suo fascino e un grande calore e quindi non facilmente si lascia poi andare nelle braccia di un altro o di un’altra. Gianni compie il miracolo, temi noti e arcinoti lui li sa dosare e condire di quel fascino che, quasi senza avvedercene, diventa verso limpido, nota divina.
L’altro dono è quello di fare “poesia civile” senza imporre nulla di dogmatico, di politico, ma mettendo in evidenza l’universalità del dolore per arrivare poi addirittura a chiedersi ”E dove sono io?”.
L’impatto è stato complesso e coinvolgente perché il poeta non è a caccia di colpevoli, non diventa giudice supremo, ma si fa carne martoriata, chiede “la vergogna della nostra indifferenza “al cospetto di massacri e poi si allarga a moltissimi temi con una abilità tecnica espressiva che sa cogliere a volo i risvolti di una liricità densa e articolata con impennate spesso condite con animo greco, cioè con quelle atmosfere che riescono a rendere le immagini come scolpite da scultori capaci di fermare il fluire della luce.
Insomma il critico agguerrito è in grado di spogliarsi del suo rigore e del suo paludamento quando entra nella pienezza dell’ispirazione e in “Lari e Miti” o nei “Canti spirituali” arriva ad esprimersi, con tono quasi quasimodiano, sminuzzando problematiche annose con illuminazioni direi proprio da lirico greco. “E’ schermo al disinganno polvere di sapienza. / E’ amore delle forme danzanti. / E’ torbida danza della forma che muore”.
Come dicevo all’inizio il libro, pur nella sua fermezza stilistica e nel suo rigore espressivo, Gianni si muove in varie direzioni e affronta suggestioni e frenesie che l’incanto dei sogni e della parola gli suggeriscono e non si nota mai una caduta, una scorciatoia a dimostrazione che l’Autore non si esprime se non diventa prima padrone assoluto del tema e della carica umana e poetica che vuole far volare.
Insomma un poeta a tutto tondo, una grande tempra, un fuoco che sa bruciare con piena consapevolezza nel mentre crea a se stesso la necessità di non farsi sfuggire l’invito al viaggio nella profondità delle verità del sogno.
DANTE MAFFIA
