Gianni Antonio Palumbo, Il tempo della carestia, Chieti, Gruppo Editoriale Tabula Fati, 2023, pp. 144

Il primo impatto con questo testo è stato complesso per almeno due motivi immediatamente recepiti: Gianni Antonio Palumbo ha il dono di saper trasformare la letteratura, quella che sente e vive profondamente, in poesia. Cosa per niente facile, perché la letteratura ha una sua fermezza e un suo clima, un suo fascino e  un grande calore e quindi non facilmente si lascia poi andare nelle braccia di un altro o di un’altra. Gianni compie il miracolo, temi noti e arcinoti lui li sa dosare e condire di quel fascino che, quasi senza avvedercene, diventa verso limpido, nota divina.

L’altro dono è quello di fare “poesia civile” senza imporre nulla di dogmatico, di politico, ma mettendo in evidenza l’universalità del dolore per arrivare poi addirittura a chiedersi ”E dove sono io?”.

L’impatto è stato complesso e coinvolgente perché il poeta non è a caccia di colpevoli, non diventa giudice supremo, ma si fa carne martoriata, chiede “la vergogna della nostra indifferenza “al cospetto di massacri e poi si allarga a moltissimi temi con una abilità tecnica espressiva che sa cogliere a volo i risvolti di una liricità densa e articolata con impennate  spesso condite con animo greco, cioè con quelle atmosfere che riescono a rendere le immagini come scolpite da scultori  capaci di fermare il fluire della luce.

Insomma il critico agguerrito è  in grado di spogliarsi del  suo rigore e del suo paludamento quando entra nella pienezza dell’ispirazione e in “Lari e Miti” o nei “Canti spirituali” arriva ad esprimersi, con tono quasi quasimodiano, sminuzzando problematiche annose con illuminazioni direi proprio da lirico greco. “E’ schermo al disinganno polvere di sapienza. / E’ amore delle forme danzanti. / E’ torbida danza della forma che muore”.

Come dicevo all’inizio il libro, pur nella sua fermezza stilistica e nel suo rigore espressivo, Gianni si muove in varie direzioni e affronta suggestioni e frenesie che l’incanto dei sogni e della parola gli suggeriscono e non si nota mai una caduta, una scorciatoia a dimostrazione che l’Autore non si esprime se non diventa prima padrone assoluto del tema e della carica umana e poetica che vuole far volare.

Insomma un poeta a tutto tondo, una grande tempra, un fuoco che sa bruciare con piena consapevolezza nel mentre crea a se stesso la necessità di non farsi sfuggire l’invito al viaggio nella profondità delle verità del sogno.

 

DANTE MAFFIA

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