Kintsugi: una tecnica giapponese da adottare nella vita!

Riflettevo partendo dalla tecnica giapponese che si chiama ‘kintsugi’, o ‘kintsukuroi’, letteralmente oro (“kin”) e riunire, riparare, ricongiunzione (“tsugi”) quindi,”riparare con l’oro”.Il Kintsugi è una tecnica di restauro ideata alla fine del 1400 da ceramisti giapponesi per riparare tazze in ceramica per la cerimonia del tè (chiamata cha no yu).
Il Kintsugi è un’antica vera e propria arte giapponese di restauro della ceramica che non nasconde le crepe, ma le valorizza, richiede un procedimento lungo e complesso che si svolge in più fasi e che necessita estrema precisione, attenzione e pazienza.
Le rotture vengono riparate utilizzando una lacca ‘urushi’ e polvere d’oro, le linee di rottura sono lasciate visibili, le crepe in precedenza punti fragili da nascondere, vengono invece valorizzate e evidenziate dalla polvere d’oro, creando venature dorate che al tempo stesso impreziosiscono l’oggetto e ne fanno assumere un carattere di unicità diventando una vera e propria opera d’arte 
Vediamo in dettaglio la tecnica utilizzata: i pezzi recuperati vengono riassemblati, secondo la tradizione, con la lacca naturale “urushi”.
La preziosa lacca naturale ‘urushi’ viene estratta dalla linfa dell’albero asiatico autoctono del Giappone, ma che si trova anche in Cina, Vietnam e Sud-Est asiatico, della famiglia delle Anacardiacee, dal nome botanico scientifico recente e, accettato dopo una riclassificazione tassonomica, di  ‘Toxicodendron vernicifluum’, il vecchio sinonimo ‘Rhus verniciflua’ è ancora ampiamente usato soprattutto relativamente la tecnica di restauro, artigianale e artistica.
Sono denominati volgarmente ‘alberi della lacca’ che crescevano allo stato selvatico ma ormai, da molti secoli vengono coltivati, in alcuni paesi asiatici, in aree al di sopra dei 500 metri di altitudine, con una temperatura che varia dagli 8 ai 20°C e nelle quali la pioggia caduta supera i 60 mm annui. 
La lacca giapponese prende il nome di ‘urushi’ ed è tradizionalmente più pregiata, quella cinese di ‘qi’.
La linfa della lacca è presente, come una resina, in canali all’interno della pianta, se l’albero si danneggia, i canali si rompono e la linfa fuoriesce, lo stesso avviene per la sua  raccolta, in cui si praticano una serie di incisioni orizzontali nella corteccia, come nell’albero del caucciù.La raccolta si effettua a metà giugno e continua fino ai primi freddi (metà di ottobre) e la lacca grezza, sgorga in maniera del tutto simile al lattice della gomma.Gli alberi usati per l’estrazione vengono scelti con cura,  ogni albero viene sfruttato ogni tre anni e solo per quattro o cinque volte nella sua vita; la rarità del prodotto è aumentata dal fatto che, anche in condizioni ideali, gli alberi maturi ne producono solo una piccola quantità.
Dopo la raccolta la lacca viene fatta maturare anche per dodici mesi. La lacca grezza inoltre deve subire molti trattamenti lunghi e accurati per raggiungere il grado di raffinatezza e purezza  richiesto dal tipo di utilizzo e di scopo.
Quella utilizzata per gli strati di base non richiede ulteriori raffinamenti, già però la lacca grezza offre di suo una stesura protettiva, non corrodibile, resistente agli acidi e al calore, impermeabile, luminosa, brillante e duratura.
Il componente principale della lacca è l’urushiol che, dal punto di vista chimico, è un ‘polimero termoindurente’ che è alla base dell’irreversibilità del processo di indurimento, che avviene in presenza di ossigeno.
L’urushiol, presente nella lacca, non indurisce per evaporazione del solvente ma, per polimerizzazione in presenza di aria umida e forma delle catene, come dei reticoli, che sono responsabili della sua particolare resistenza, inoltre possiede un’eccellente stabilità chimica e meccanica ed è insolubile in solventi. Poiché la polimerizzazione della lacca dipende dall’acqua e dall’ossigeno nell’aria, la superficie è la prima a subire la reazione sigillando gli strati sottostanti.
Proprio per queste sue caratteristiche chimico, fisiche la lacca è famosa per la sua durabilità, impermeabilità, lucentezza e stabilità; tanto che oggetti laccati di 6000-5000 anni sono sopravvissuti fino ad oggi.I cinesi la utilizzavano da millenni e in Giappone, nella Tomba Shimahama nella Prefettura di Fukui, sono stati rinvenuti oggetti laccati come pettini e vassoi, usati nel periodo Jomon cioè circa 5.000 anni fa. Inizialmente questa linfa appiccicosa era utilizzata, soprattutto per le sua qualità adesive, nella realizzazione di armi da guerra e da caccia.
La lacca urushi è protagonista in ogni passaggio del kintsugi, ed è il principale “ingrediente” per riprodurre la vera tecnica del kintsugi. 
La lacca serve innanzitutto come collante per la ceramica, mischiata alla farina (nori urushi con amido di riso – mugi urushi con farina di grano).
Il secondo passaggio della lavorazione è la stuccatura, dove l’urushi è mischiata alla polvere di argilla, tonoko, macinata finemente.
Nel terzo passaggio, dopo aver lisciato la stuccatura, si procede a dipingere la crepa con lacca rossa urushi, con un pennello finissimo.
Quando la lacca sta per asciugare, ma non è ancora asciutta completamente, le linee di frattura vengono cosparse, anzi meglio si procede a far cadere, con la tecnica a spolvero, la polvere d’oro, che può essere anche argento o addirittura platino. 
Tra un passaggio e l’altro, per favorire il processo di essicazione, cioè perché la lacca si  polimerizzi, è necessario mantenere gli oggetti in una condizione chiamata “muro”, in armadiature rivestite con legno,  in un ambiente caldo umido, (25° e umidità relativa intorno al 70-80%), quasi letteralmente “in assenza di aria”.
Entrambi questi fattori contribuiscono, in quanto in un ambiente con umidità inferiore al 50% la lacca non diventerebbe rigida, mentre l’aumento della temperatura è anch’esso significativo in quanto favorisce l’indurimento della lacca.
Il tempo di essiccazione varia da tre giorni a una settimana, anche, se secondo chimici e vecchi esperti sono necessari almeno due mesi per creare un processo di completo indurimento, in quanto anche quando la lacca può essere considerarsi indurita esternamente, le reazioni interne continuano ancora per molto tempo.
Questa la tecnica, vediamo adesso la storia o la leggenda che racconta come è nata questa forma d’arte.
Storicamente nel XV secolo il Giappone ha un intenso scambio commerciale con la Cina, così che anche nel paese del sol levante, soprattutto tra le famiglie nobili, si diffonde la pratica della cerimonia cinese del tè, che prende il nome di Chado. 
L’arte Kintsugi, secondo la narrazione, vede la sua origine in Giappone nel periodo Muromachi, intorno al XV secolo, quando Ashikaga Yoshimasa (1435-1490) ottavo Shogun della dinastia Ashikaga,  rompe la propria tazza da tè o ‘tenmok’ preferita. 
Lo Shogun decide allora, di affidare il restauro della sua preziosa tazza, a degli artigiani ceramisti cinesi. 
Questi la riparano secondo le tecniche di restauro classiche dell’epoca, utilizzando delle legature con graffette metalliche, praticamente una cucitura che segue le linee di rottura, per tenere insieme i pezzi, cosa che risulta sia poco estetica, che funzionale. 
A questo punto, la saga narra che l’ottavo Shogun non rimane per niente contento del risultato anzi, che la sua reazione, quando vede la sua tazza così rovinata, è letteralmente furiosa in quanto la tazza sembra irrimediabilmente perduta.Tuttavia Yoshimasa decise di ritentare la riparazione affidando, questa volta, l’incarico della riparazione, ad artigiani giapponesi.
I maestri ceramisti giapponesi compiaciuti dell’incarico di prestigio e nello stesso tempo sorpresi dalla tenacia dello shogun, nel riavere la sua amata tazza, consci della responsabilità, cercarono di mettervi riparo usando l’estetica e filosofia del ‘wabi sabi’ con i materiali che avevano a loro disposizione.Per incollare i pezzi rotti della tazza, lungo le linee e pieghe di frattura, viene usata la lacca Urushi (la resina di una pianta autoctona del Giappone) mischiata a farina di riso, sulle quali in seguito depositano della polvere d’oro, per l’epoca una tecnica completamente nuova per il restauro, rendendo evidenti ma, nello stesso tempo, anche preziose le crepe della ceramica.
Lo Shogun Yoshimasa resta molto soddisfatto della sua tazza, il risultato ottenuto è da lui molto apprezzato: la sua tazza non solo era stata riparata ma, il suo restauro con l’oro aveva reso l’oggetto incredibilmente prezioso.La tazza aveva ripreso una vita nuova, carica delle sue imperfezioni ma, anche per questo ricca di bellezza: era diventata unica.
La leggenda è plausibile perché colloca la nascita del kintsugi in un periodo molto fecondo, per l’arte, in Giappone. Infatti, durante il governo di Yoshimasa si assiste allo sviluppo dell’Higashiyama bunka, un movimento culturale fortemente influenzato dal buddhismo Zen e che dà origine alla cerimonia del tè (anche Sado o via del tè), all’ikebana o (anche Kado, via dei fiori), al teatro No, alla pittura con inchiostro cinese.
Gli oggetti in ceramica riparati con l’arte Kintsugi diventano vere e proprie opere d’arte, l’impreziosire con la polvere d’oro che ne accentua la loro bellezza, sempre diverse, ognuna con la propria trama da raccontare, ognuna con la propria bellezza da esibire.
Ogni ceramica riparata presenta un diverso intreccio di linee dorate, per via della casualità e unicità con cui la ceramica si frantuma, e delle irregolari, ramificate decorazioni che si formano e che vengono esaltate dal metallo prezioso: ogni pezzo riparato diviene unico e irripetibile, 
L’arte Kintsugi celebra così la storia, la vita dell’oggetto, accettando e valorizzando la bellezza dell’imperfezione.
La pratica nasce dall’idea che da una fragilità e da una ferita possa nascere una forma ancora maggiore di perfezione estetica e interiore, trasformando le cicatrici in un punto di perfezione estetica e forza filosofica.
Infatti come spesso accade in Giappone l’arte kintsugi non è solo un concetto artistico ma, ha profonde radici nella filosofia Zen.Partendo dal ‘Wabi-sabi’ che è il concetto estetico giapponese, che trova bellezza nella transitorietà e nell’imperfezione. 
In questa filosofia, tre sono i concetti in essa racchiusi: mushin, anitya e mono no aware.
– Mushin (senza mente) è un concetto che esprime la capacità di lasciare correre, dimenticando le preoccupazioni, liberando la mente dalla ricerca della perfezione.
– Anitya si traduce con impermanenza; l’esistenza, senza eccezioni, è transitoria, evanescente e incostante: tutte le cose sono destinate alla fine. Accettare tale condizione è avere un approccio sereno e consapevole della vita.
– Mono no aware, empatia verso gli oggetti, è una malinconia triste e profonda per le cose; apprezzandone la loro decadenza si arriva ad ammirarne la bellezza.
La filosofia profonda del kintsugi, però, va ben oltre la semplice pratica artistica, è una potente metafora che ci parla di resilienza, guarigione e crescita.Insegna che i danni e i cambiamenti non sono la fine, ma possono portare a una forma di bellezza superiore.
Riparato con cura, l’oggetto danneggiato pare accettare e riconoscere i propri trascorsi e paradossalmente diventa più forte, più bello, più prezioso di quanto non fosse prima di andare in frantumi. 
Una filosofia, una metafora che dall’oggetto inanimato passa all’umano all’animato, illumina di nuova luce ogni processo di guarigione, riguardi esso una ferita fisica o emotiva. Così come la ceramica prende vita attraverso le linee di frattura, così possiamo imparare l’importanza della fragilità per crescere attraverso le nostre esperienze dolorose, valorizzarle e capire che sono proprio queste a renderci unici e preziosi.
Solitamente, sempre più spesso, quando rompiamo un oggetto tendiamo a disfarcene, lo consideriamo danneggiato e inutile, invece dal pensiero appreso oggi, la rottura di un oggetto, come anche un rapporto con una persona, una relazione non ne rappresenta più la fine.
Ovviamente bisogna sempre valutare se l’oggetto, la persona, la relazione vale se questa è ancora ‘bella’, se vale qualcosa, se può risultare utile, se può essere di aiuto, se non è tutta da buttare.
Ci sono cose, persone, relazioni che sicuramente è meglio buttare, quanto prima per fare spazio su un mobile, in un armadio, nella vita, nei pensieri.
Ma, contemporaneamente e sicuramente, ci sono, forse, altresì situazioni in cui anche solo per distrazione, per poca attenzione, cura e considerazione, abbiamo fatto cadere l’oggetto e che forse invece …
Alla base c’è la “cura”, come quella che applicano i ceramisti giapponesi, e che dobbiamo avere di noi e con la quale dobbiamo trattarci e fare tutte le cose che ci riguardano.Soprattutto, fare tutto con coscienza e consapevolezza e allora le nostre cadute, le nostre “crepe”, possono diventare occasione per una riscoperta di noi stessi e degli altri, diventando parte integrante e preziosa della nostra storia.
Accettazione e integrazione perché ogni cosa, ogni avvenimento, ogni esperienza contribuisce a formare chi siamo, rendendoci unici e autentici, come se significasse: io ho passato anche questo e comunque e nonostante sono qui.
Con la tecnica del Kintsugi, l’oggetto riparato non ritorna uguale a prima e le crepe non scompaiono; ciò nonostante diventa unico e prezioso, più nostro, più personale. 
Ecco che l’arte del Kintsugi ci offre un profondo spunto di riflessione: sono proprio le nostre fragilità, le nostre crepe a renderci non solo unici ma, soprattutto autentici. 
E la nostra autenticità è un bene molto prezioso perché ci rende consapevoli delle nostre scelte di vita.
La mia elaborazione, e la mia conclusione, a questo punto sono questi:Non sempre si deve buttare ciò che si rompe!
Lo affermava anche il grande e unico Lucio  Battisti nel testo della celebre canzone del 1977 che:”Quel gran genio del mio amico, con le mani sporche d’oliocapirebbe molto megliomeglio certo di buttare, riparare”. 
Perché aggiungo io l’importante è nel titolo del brano: “Sì, viaggiare”. 
Che nella metafora della vita è andare avanti: vivere!
Buona riflessione.
Roberto Kudlicka

[responsivevoice_button buttontext="Leggi articolo" voice="Italian Female"]

News dal Network

Promo