Perché a un certo punto bisogna avere il coraggio di dirlo: non è più una questione di età, è una questione di limite. E il limite, lì, non c’era.
La morte di Giacomo Bongiorni non è solo cronaca nera. È il punto in cui smettiamo di raccontarci storie comode. “Una rissa finita male”, “un attimo di troppo”, “sono giovani”. No. Qui non c’è stato un attimo: c’è stata una scelta, ripetuta, collettiva, abbastanza lucida da continuare anche quando qualcuno era già a terra.
Il problema non è la violenza. La violenza è antica.
Il problema è l’assenza di freno.
È quel vuoto in cui nessuno pensa più alle conseguenze.
È quel momento in cui il gruppo cancella l’individuo.
È quando colpire diventa più facile che fermarsi.
E allora smettiamola con la favola dei “valori persi” come se fossero evaporati da soli.
I valori non si perdono.
Si smettono di insegnare.
Si smettono di pretendere.
Per anni abbiamo tollerato tutto: l’arroganza scambiata per carattere, l’aggressività per sicurezza, l’umiliazione degli altri trasformata in intrattenimento. Abbiamo riso, condiviso, ignorato. Poi ci stupiamo quando qualcuno passa dal video alla realtà.
Chi ha ucciso è responsabile. Senza attenuanti.
Ma chi ha costruito il contesto in cui fermarsi è diventato impossibile?
Perché è lì che si gioca la partita vera: non nel momento in cui parte il primo pugno, ma in tutti quelli prima, quando insegnare il limite sembrava meno urgente di tutto il resto. E allora la domanda non è se “i giovani fanno paura”.
La domanda è: perché abbiamo smesso di fare paura noi, quando serviva dire no?
Perché senza quel “no”, prima o poi, arriva questo.
di Savino Sarno
