“Arrivano tardi… e ripartono con il tricche e ballacche”

Tra l’anniversario della morte di Giorgio Almirante e la Festa della Repubblica vi è ancora chi, in Italia, continua a soffiare sul fuoco di una guerra civile terminata ottant’anni fa, nel tentativo di emarginare, criminalizzare o cancellare quella parte non marginale del popolo italiano che non guarda con odio preconcetto all’esperienza del precedente regime fascista.

È accaduto ancora una volta dopo le dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa, il quale, ricordando Almirante nel giorno dell’anniversario della sua morte, ha sostenuto che il leader del MSI ebbe un ruolo importante nella transizione democratica italiana.

Apriti cielo.

Le opposizioni, in particolare AVS, hanno reagito come se fosse stata pronunciata una bestemmia istituzionale, ricordando immediatamente che Almirante scrisse su La Difesa della Razza, che fu capo di gabinetto al Ministero della Cultura Popolare della Repubblica Sociale Italiana e che il Movimento Sociale Italiano sarebbe stato soltanto un rigurgito del fascismo tollerato dalla Repubblica.

Ebbene, costoro arrivano tardi. Molto tardi.

Arrivano fuori tempo massimo, perché la storia italiana ha già scelto da decenni la strada della pacificazione nazionale e della reintegrazione degli sconfitti. Lo fece persino Palmiro Togliatti con la celebre amnistia del 1946, comprendendo che uno Stato non poteva nascere mantenendo una guerra civile permanente dentro il proprio corpo nazionale.

Perché quella italiana fra il 1943 e il 1945 fu innanzitutto una guerra civile. A dirlo non fu un nostalgico del Ventennio, ma Indro Montanelli, il quale spiegò con brutalità storica come quel conflitto non fosse stato semplicemente una guerra degli italiani contro i tedeschi, ma una guerra di italiani contro altri italiani.

E Montanelli sottolineò anche un altro aspetto fondamentale e spesso rimosso: quella guerra civile ebbe, in molte sue componenti, il carattere dell’eliminazione totale dell’avversario politico.

Non è un caso che la violenza proseguì anche dopo la fine ufficiale della guerra:

  • il triangolo rosso;
  • le esecuzioni sommarie;
  • le vendette del dopoguerra;
  • le epurazioni improvvisate;

dimostrarono come una parte della Resistenza comunista immaginasse non soltanto la vittoria militare, ma la cancellazione definitiva del nemico sconfitto.

Ed è proprio questo che rende inquietante il riemergere odierno di certe dinamiche morali e linguistiche.

Perché ogni volta che si pretende ancora oggi di criminalizzare, espellere moralmente o delegittimare milioni di italiani per la loro storia politica o familiare, riaffiora quella vecchia idea di eliminazione simbolica dell’altra metà del Paese.

Ma soprattutto colpisce l’ipocrisia storica di una certa sinistra italiana che continua a distribuire patenti morali ignorando deliberatamente un fatto enorme: la Repubblica italiana non nacque da una sostituzione totale delle classi dirigenti, bensì dalla loro riconversione.

Basta leggere i nomi.

Amintore Fanfani scrisse sulla rivista fascista “La Difesa della Razza”.

Giovanni Leone insegnò durante il regime dopo il giuramento di fedeltà al fascismo imposto ai professori universitari.

All’Università di Bari ebbe come assistente Aldo Moro, anch’egli iscritto al Partito Nazionale Fascista.

Giorgio Napolitano partecipò ai Gruppi Universitari Fascisti.

Fernando Tambroni fu iscritto al PNF e arruolato nella Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale.

Antonio Segni e Giuseppe Pella si formarono anch’essi pienamente dentro il sistema del Ventennio.

Persino Dario Fo, futuro premio Nobel per la Letteratura e simbolo culturale della sinistra italiana insieme a Franca Rame, militò giovanissimo nella Repubblica Sociale Italiana come paracadutista della Nembo, partecipando secondo diverse ricostruzioni anche ad azioni anti-partigiane.

E poi vi è il caso forse più emblematico di tutti: Piero Calamandrei.

Oggi celebrato quasi esclusivamente come padre morale della Repubblica e simbolo intoccabile dell’antifascismo democratico, Calamandrei costruì la propria carriera dentro il regime fascista, partecipò alla redazione del Codice di procedura civile del 1940 e, dopo l’8 settembre, aderì al mondo clandestino resistenziale.

Ma vi è un dettaglio che nella narrazione pubblica italiana viene quasi sempre rimosso.

Secondo diverse ricostruzioni storiche, durante l’attentato di Via Rasella Calamandrei avrebbe svolto il ruolo di osservatore incaricato di segnalare l’arrivo del battaglione tedesco Bolzen destinato a essere colpito nell’azione partigiana.

E qui il punto non è discutere genericamente la Resistenza.

Il punto è un altro.

Via Rasella non fu un episodio astratto da manuale scolastico, ma un attentato che aprì una delle pagine più tragiche della guerra civile italiana culminata nell’eccidio delle Eccidio delle Fosse Ardeatine.

E soprattutto non furono soltanto i “fascisti” a criticare quell’azione.

Fu la stessa area moderata antifascista a prenderne le distanze.

Alcide De Gasperi e gran parte della Democrazia Cristiana considerarono infatti l’attentato di Via Rasella politicamente e militarmente inutile, ritenendo che avesse esposto la popolazione romana alla terribile rappresaglia tedesca senza produrre alcun reale vantaggio strategico alla Resistenza.

Ed è proprio qui che le parole di Ignazio La Russa diventano storicamente corrette, al di là delle polemiche isteriche di queste ore.

Perché Giorgio Almirante e il Movimento Sociale Italiano furono realmente fondamentali nel consentire il passaggio democratico del Paese.

Il MSI svolse infatti una funzione storica decisiva: tenere dentro l’alveo costituzionale e democratico milioni di italiani sconfitti dalla guerra civile.

Non poche migliaia di nostalgici.

Milioni di italiani.

Reduci della Repubblica Sociale, ex fascisti, famiglie sconfitte dalla guerra, giovani cresciuti nel mito nazionale del Ventennio: tutta una parte del Paese che avrebbe potuto scegliere la strada dell’eversione permanente o della delegittimazione dello Stato repubblicano.

E invece quella massa venne progressivamente integrata nel sistema democratico proprio attraverso il Movimento Sociale.

Non a caso il MSI partecipò a tutte le competizioni elettorali della Repubblica sin dal 1946.

E va ricordato anche un altro elemento che oggi viene volutamente rimosso.

Almirante e il MSI si trovarono spesso in aperto contrasto con le organizzazioni eversive della destra radicale extraparlamentare.

Gruppi come Nuclei Armati Rivoluzionari, Ordine Nuovo o Avanguardia Nazionale consideravano il Movimento Sociale Italiano quasi un traditore, esattamente come le Brigate Rosse consideravano il PCI un nemico del processo rivoluzionario.

Per gli estremismi armati, infatti, il MSI aveva accettato il gioco parlamentare e costituzionale.

Ed è proprio questo il punto che molti fingono di non comprendere: il Movimento Sociale non rappresentò la prosecuzione della guerra civile, ma la sua progressiva neutralizzazione politica dentro il sistema democratico.

Ed è qui che il celebre motto di Almirante assume un significato storico enorme:

“Non restaurare, non rinnegare.”

Cioè: non restaurare il fascismo, ma neppure costringere milioni di italiani a rinnegare sé stessi, la propria storia familiare, la propria memoria o la propria identità.

In quel motto vi era già l’accettazione del sistema democratico repubblicano.

E proprio qui emerge un altro elemento storico quasi rimosso dalla memoria pubblica italiana.

In una lunga intervista rilasciata a Radio Radicale, il giurista e consigliere parlamentare Giampiero Buonomo — responsabile dell’Archivio storico del Senato — ha ricostruito il curioso ma significativissimo tentativo di Dino Grandi di essere convocato al Quirinale durante le consultazioni per la formazione del governo negli anni Sessanta.

E il punto sconvolgente non è tanto la richiesta in sé.

Il punto è che essa non venne considerata giuridicamente peregrina.

Perché il vero nodo affrontato dai funzionari parlamentari dell’epoca era quello della continuità dell’ordinamento statale italiano tra Regno, fascismo e Repubblica.

Nell’intervista emerge inoltre un dettaglio impressionante: di questi contatti, di queste richieste e di queste interlocuzioni non sembrano esservi quasi tracce ufficiali negli archivi istituzionali, ma soltanto memorie e testimonianze degli addetti ai lavori.

Come se certe continuità istituzionali, pur realmente esistite, fossero diventate col tempo imbarazzanti da ricordare.

Eppure questo episodio dimostra una verità storica difficilmente contestabile: la Repubblica italiana non nacque come democrazia rivoluzionaria fondata sull’eliminazione perpetua dei fascisti dalla vita pubblica.

La XII disposizione transitoria della Costituzione vietò infatti la ricostituzione del disciolto Partito Fascista, ma non trasformò milioni di italiani in cittadini permanentemente esclusi dalla comunità nazionale.

Anzi.

L’intero impianto della giovane Repubblica si fondò sulla continuità dello Stato, sulla reintegrazione degli sconfitti e sulla pacificazione nazionale.

Ed è proprio questo il punto decisivo.

La Repubblica italiana avrà un futuro soltanto finché rimarrà fedele a quel presupposto originario di riconciliazione nazionale.

Chi invece tenta ancora oggi di riaprire simbolicamente la guerra civile, di dividere gli italiani tra cittadini legittimi e cittadini moralmente impuri, di imporre abiure genealogiche a generazioni nate decenni dopo il fascismo, sta in realtà minando le fondamenta stesse della Repubblica.

E paradossalmente finisce col rafforzare proprio la tesi di chi, come il sottoscritto, guarda all’istituto monarchico come all’unico possibile baluardo storico e simbolico contro la progressiva liquefazione dello Stato italiano dentro questa Europa senz’anima e senza radici.

Perché la Monarchia, nel bene e nel male, rappresentava la continuità storica della nazione sopra le fazioni.

Mentre una Repubblica che dovesse tornare a fondarsi sulla delegittimazione permanente di metà del proprio popolo finirebbe inevitabilmente per dissolvere sé stessa.

Negare il ruolo storico del Movimento Sociale Italiano nella stabilizzazione democratica della Repubblica significa negare la realtà.

E questa sì che è una bestemmia politica.

Lorenzo Valloreja

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