A NAPOLI LO AVREBBERO CHIAMATO “PACCO”… A LONDRA LO CHIAMANO ARTISTA…

Ci raccontano da trent’anni la stessa favola. Un artista misterioso, senza volto, capace di beffare le autorità, di comparire dove nessuno se lo aspetta, di sfidare il potere con opere che il potere non riuscirebbe mai a fermare.

L’ultima puntata di questa narrazione è l’installazione di una nuova scultura nel cuore di Londra, a pochi passi da uno dei monumenti più simbolici della capitale britannica.

E qui nasce una domanda che, curiosamente, quasi nessuno sembra porsi.

Davvero possiamo credere che, nel centro di una delle città più videosorvegliate del pianeta, sia possibile trasportare una scultura monumentale, installarla con mezzi adeguati, occupare il suolo pubblico e completare il lavoro senza che nessuna autorità ne sappia nulla?

Chiunque abbia avuto a che fare con un Comune sa cosa significhi ottenere un’autorizzazione anche solo per occupare pochi metri quadrati di strada. Modulistica, permessi, controlli, responsabilità. È il normale funzionamento di qualsiasi amministrazione.

Eppure, quando entra in scena Banksy, tutto questo sembra dissolversi.

È proprio questa narrazione che non mi convince.

La mia impressione è che Banksy non rappresenti il fallimento del sistema, bensì uno dei suoi prodotti culturali più raffinati.

Perché il potere, nella mia lettura, non vive soltanto di consenso. Vive anche di opposizione. Anzi, ha bisogno di un’opposizione riconoscibile, spettacolare, raccontabile e, soprattutto, commercializzabile.

Il dissenso autentico è imprevedibile. Il dissenso trasformato in marchio diventa invece una straordinaria opportunità economica.

Ogni nuova apparizione di Banksy genera milioni di visualizzazioni, paginate sui giornali, documentari, mostre, merchandising e un’immediata rivalutazione delle opere già presenti sul mercato.

La ribellione diventa valore finanziario.

L’anticonformismo diventa un brand.

Il sistema che dovrebbe essere contestato finisce per essere uno dei principali beneficiari della contestazione.

Non è forse questo il vero capolavoro?

Non sarebbe neppure la prima volta. Chi conosce la storia recente di Banksy ricorderà il celebre episodio del quadro autodistrutto subito dopo l’aggiudicazione all’asta. Un episodio che, a mio giudizio, solleva interrogativi ancora più evidenti.

Io ci vedo soprattutto una perfetta operazione, a mio avviso dolosamente costruita sul piano mediatico, capace di moltiplicare l’attenzione e, paradossalmente, il valore economico dell’opera stessa.

Ma davvero pensate che un quadro battuto all’asta dalla celebre casa d’aste Sotheby’s per oltre un milione di sterline non sia stato preventivamente sottoposto a un’attenta expertise? Una procedura che prevede anche la scorniciatura dell’opera, per verificarne lo stato di conservazione, il retro della tela, il telaio, le etichette, i sigilli e gli eventuali interventi di restauro. Se presente, viene inoltre rimosso il passe-partout e ispezionato l’intero sistema di incorniciatura. E davvero nessuno si sarebbe accorto del meccanismo nascosto nella cornice che ha trascinato il dipinto verso il basso, come una tendina, riducendolo in strisce come un comune distruggidocumenti?

Dunque, Banksy non è un ribelle, visto che ogni suo gesto aumenta il fatturato del mercato che dovrebbe combattere. E infatti la stessa opera, rivenduta da Sotheby’s nel 2021, raggiunse la cifra di circa 18,6 milioni di sterline (commissioni incluse), stabilendo un nuovo record per l’artista mascherato.

Eppure la storia dell’arte ci insegna che esiste un’altra idea di ribellione. Penso a Vincent van Gogh, ad Amedeo Modigliani, a William Blake, a Henri Rousseau e a tanti altri artisti che non dipingevano per costruire un personaggio, né per alimentare un mercato. Dipingevano perché non avrebbero saputo fare altro. Il mercato li ignorò, li derise o li premiò soltanto quando ormai erano morti. La loro arte nacque da un’urgenza interiore; il successo commerciale arrivò, semmai, molto tempo dopo. È questa, a mio giudizio, la differenza sostanziale. Da una parte l’artista che crea indipendentemente dal mercato; dall’altra un fenomeno artistico la cui ribellione sembra ormai inseparabile dal sistema economico e mediatico che la valorizza.

La storia, d’altronde, insegna che il potere non si limita a reprimere ciò che lo contesta. Molto spesso lo assorbe, lo trasforma in spettacolo, lo rende innocuo e, quando possibile, lo monetizza.

E non sono solo io a pensarla così. Prima di me lo hanno sostenuto, con argomentazioni diverse, pensatori ben più celebri come Antonio Gramsci, secondo cui il potere si mantiene anche attraverso l’egemonia culturale e non soltanto mediante la forza; Michel Foucault, che descriveva il potere come diffuso, capace di attraversare le istituzioni e persino i discorsi di opposizione; Guy Debord, che nella Società dello spettacolo spiegava come perfino la contestazione possa trasformarsi in spettacolo ed essere riassorbita dal sistema; e Herbert Marcuse, autore della teoria della “tolleranza repressiva”, secondo cui il sistema consente alcune forme di dissenso proprio perché non mettono realmente in discussione i suoi fondamenti.

Per questo, personalmente, non considero Banksy un artista fuori dal sistema.

Lo considero il simbolo di un’epoca nella quale perfino la ribellione può diventare una merce da vendere.

Ed è forse proprio questa la più grande vittoria del sistema contemporaneo: riuscire a trasformare anche la contestazione in un eccellente affare.

Lorenzo Valloreja

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