La mia personalissima “Festa del papà” (Tanti auguri)

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Per me la festa del papà arrivava, più o meno (la puntualità non è mai stata il mio forte), ogni quindici giorni. Quelli che legalmente si era stabilito negli accordi della separazione.

I festeggiamenti cominciavano il sabato mattina, quando andavo a prendere i miei figli, e si protraevano ininterrottamente per 48 ore, attraverso un cerimoniale fisso e inalienabile. Si apriva con il pranzo, al quale faceva seguito la visione di un vecchio film o, in alternativa, una partita alla Play Station dove, nonostante loro abbassassero sotto zero il livello della difficoltà, per quel sentimento di umana pìetas che gli impediva di tagliarmi completamente fuori dal divertimento, venivo regolarmente umiliato. Al punto tale che, chiunque di loro due fosse alternativamente il mio avversario, aveva comunque il diritto fisso di prendersi il Napoli: a casa nostra, per statuto, il Napoli non poteva mai perdere.

Riempivamo quelle poche ore delle cose più diverse, mentre loro mi riempivano delle domande più disparate. Qualche volta capitava che restassero anche il lunedì e allora venivano sul campo di calcetto a palleggiare “coi grandi”, prima e dopo la partita.
Ma quella pienezza così generosa si interrompeva bruscamente la domenica sera quando, una volta andati via, le stanze della mia piccola casa da single diventavano buie e silenziose, come quegli antichi castelli scozzesi abitati solo da fantasmi. E il vuoto sembrava più forte del solito: nessuno che avesse da chiedere qualcosa, nessuno che urlasse per un gol, nessuna battuta che mi mettesse in croce. Solo quel maledetto silenzio innaturale.

Così, finita la festa, quindici giorni assomigliavano puntualmente a un anno. Perfino per me!
Ma nessuno si è mai chiesto quant’è duro per il papà separato quel momento in cui li abbracceresti, forte, per non farli più andar via?!

Per me, la festa del papà arrivava più o meno ogni quindici giorni. Iniziando con la pirotecnica allegria di un Carnevale di Rio e chiudendosi tra una tristezza infinita e il desiderio di rubare almeno un altro giorno d’amore.
Che magari, per la legge dei grandi numeri, prima o poi una partita alla Play Station la vinci pure tu…

GINO GIAMMARINO

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