Riflettevo guardando le immagini delle manifestazioni di questi giorni, e che purtroppo è facile presagire si ripeteranno con frequenza sempre maggiore.
Le motivazioni quelle vere sono giuste e sacrosante, costo della vita, costi energia, salari, lavoro, guerre, scuola, sanità tutte cose bellissime ma, siamo sicuri che sono realizzabili d’emblée, di punto in bianco, con un colpo di bacchetta magica, tenuto soprattutto conto nel panorama europeo e mondiale, della cultura politica occidentale di cui la Nostra nazione Italia dal dopoguerra fa parte.
L’esperienze trascorse le abbiamo vissute, nel bene e nel male, e sono state tutte bene lontane dal futuro ipotizzato da Lucio Dalla in “l’anno che verrà“, le abbiamo subite e pagate, a meno che la memoria non abbia subito una formattazione, un hard reset generale.
I problemi sono veramente tanti, troppi non solo da affrontare ma anche da discutere per cui, in questo articolo, ho scelto di iniziare con il parlare dei giovani e di quello che viene definito anche dall’alto:”disagio sociale“.
Io non provengo da una famiglia abbiente ma, onestà e lavoratrice, a scuola c’erano ragazzi più ricchi e altri più poveri di me, i miei genitori, per mia sfortuna, non si trovavano già in politica o a capo di enti e imprese pubbliche o banche.
Sono andato a scuola media, superiore e in seguito all’università PUBBLICA, i miei mi dicevano che andava fatta e ci tenevano, mi spiegarono che era una cosa che volevano, che costava un po’ di sacrifici e che comunque andava fatta per il MIO FUTURO.
Tutte le strutture che ho attraversato negli anni erano sempre nelle stesse condizioni aule disagiate, doppi turni, cambi di sede e di professori, io mi recavo quasi sempre a piedi, perché i mezzi pubblici funzionavano come adesso o forse peggio.
Però ci andavo, però cercavo di studiare anche su libri faziosi e di parte che non mi piacevano.
Ho vissuto le proteste, quelle storiche, alle assemblee partecipavano ragazzi molto più grandi di noi, praticamente quasi adulti, ricordo che io chiesi ad uno di questi indottrinatori di che classe o scuola fosse ma, non ebbi risposta, poi c’erano anche gli studenti veri, più impegnati con le t-shirt con il Che Guevara o Mao, mi meravigliai quando questi furono i primi ad entrare in enti o banche e pensai che avrei dovuto anch’io investire in t-shirt!
Quando non andavo bene o ero indisciplinato nessuna difesa: c’erano nell’ordine: prima mia madre e poi mio padre, nessuna accusa o violenza ai professori o ricorsi al Tar.
Si, non sarò cresciuto perfetto, avevo i miei problemi che non scaricavo però sugli altri, nonostante anche mio padre ebbe un po’ di problemi a lavoro, che cercò di non farli pesare a noi in famiglia, ricordo che protestò insieme ai sindacati ma, non sfasciò nulla, ovvio che non prenotammo palestre, beutyfarm, crociere, vacanze in resort ma, contemporaneamente non bruciammo per strada le foto degli allora presidenti di consiglio, non utilizzano bandiere di altre nazioni, non saltammo sulle macchine delle forze dell’ordine, e non sfasciammo nulla.
Poi, con l’età dei miei genitori, sono subentrati problemi di salute, anche importanti, dolorosi in tutti i sensi, abbiamo goduto della assistenza sanitaria pubblica, che anche allora non era equiparabile a quella dei paesi nordici, gli ospedali e gli ambulatori non sempre il massimo del confort, della accoglienza e attrezzature, però sempre con medici che cercavano di portare avanti il loro lavoro con il massimo.
Anche in questo caso non abbiamo spaccato strutture e nasi al personale, non abbiamo fatto denunce, abbiamo cercato sempre di fare NOI il massimo anche dove lo Stato non arrivava, senza piangerci addosso e metterci comodi ad attendere la MANNA da Roma.
Questa la mia storia, penso e ritengo comune a molti di noi, gente normale che ha fatto parte della società e dello stato senza mungerlo, senza essere un parassita, crescendo non abbiamo fatto la scelta del radical chic o il politicamente corretto, a cui, per stirpe, non appartenevamo, abbiamo lavorato, educato senza ritenerci per questo, comunque, EROI.
Vi ho descritto la mia storia, lo scenario della mia vita così per inquadrare il pensiero e la mia personale opinione supportata oggi da realtà, esperti, sociologi, psicologi, filosofi, storici, educatori: studiosi della materia, non sponsorizzati e ideologizzati, rispetto ad una parte dei giovani di quelli che ai quali: “ho bloccato il futuro“.
Ho letto il parere di persone che lavorano veramente, con preparazione ed esperienza sui e con i giovani e molti di questi si sono espressi con un pensiero che condivido e che, a mio parere, vedo profondamente reale e concreto.
Il dibattito sociale che, soprattutto ultimamente, coinvolge tutti noi, è se i nuovi stili di vita permissivi e giustificativi stanno contribuendo al declino della nostra società?
Il troppo permissivismo e il giustificazionismo sono due concetti strettamente legati che descrivono un atteggiamento di eccessiva tolleranza, in cui si rinuncia a stabilire regole ferme o a ritenere le persone responsabili delle proprie azioni.
L’idea che la società, la scuola, o le famiglie, ognuno per propro ruolo e responsabilità, “abbiano permesso troppo” è un tema centrale nel dibattito pubblico, educativo e psicologico attuale.
Questa prospettiva riflette spesso la preoccupazione, attraverso diverse chiavi di lettura:
- un apparente indebolimento delle regole, dell’autorità,
- la capacità di gestire le frustrazioni, il disagio da parte delle nuove generazioni.
Alberto Pellai, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, nel suo libro “Ti farò correre in salita. Come e perché educare alla fatica le nuove generazioni” edito da Mondadori, afferma: “per amore, li abbiamo resi fragili… abbiamo messo uno smartphone in mano ai nostri figli quando strillavano, risposto al loro posto quando faticavano a trovare le parole, abbassato l’asticella a scuola perché «ansiosi», trasformato ogni «no» in una trattativa.”
Pellai analizza come un eccesso di protezione genitoriale — mosso dall’amore e dal desiderio di risparmiare sofferenze ai figli — finisca paradossalmente per renderli fragili, insicuri e incapaci di tollerare la frustrazione.
Ho parlato di permissivismo e il giustificazionismo vediamo di comprendere meglio, questi termini che si manifestano in principalmente in tre ambiti
1. EDUCAZIONE E FAMIGLIA:Assenza di limiti, i genitori permissivi tendono a soddisfare ogni richiesta dei figli, evitando i conflitti e i “no“.
Con la conseguenza che i giovani rischiano di sviluppare una bassa tolleranza alla frustrazione, difficoltà nell’autocontrollo e insicurezza.
2. CONTESTO SOCIALE E SCOLASTICOLa “cultura della scusa”, il giustificazionismo porta a trovare sempre una causa esterna (la società, lo stress, la sfortuna) per spiegare comportamenti scorretti, mancanze o fallimenti.
Con le conseguenze che si deresponsabilizza l’individuo.
3. AMBITO GIURIDICO E POLITICOL‘indulgenza sistemica, il giustificazionismo, riesce ad avere massima comprensione anche dei disagi sociali che portano a un reato, che si trasforma in una totale cancellazione della colpa.
Con le conseguenze di indebolire il senso di giustizia percepito dalla comunità, e ridurre l’efficacia deterrente delle norme.
Secondo Io psichiatra e sociologo Paolo Crepet, il problema delle nuovegenerazioni non sarebbe soltanto l’eccessivo utilizzodegli smartphone o dei social network, ma soprattutto la progressiva rinuncia degli adulti al proprio ruolo educativo.
Per Crepet, l’educazione odierna è affetta da un vero e proprio “qualunquismo educativo”, in cui gli adulti hanno abdicato al proprio ruolo, e per comodità e paura del conflitto, si evita il sacrificio di educare
Molti genitori hanno smessodi stabilire regole e confini, preferendo evitarediscussioni, conflitti e quella fatica quotidiana cheinevitabilmente accompagna l’educazione dei figli.
Anche per Crepet i punti chiave sono:1. IL GIUSTIFICAZIONISMO A OLTRANZAI genitori tendono a difendere i figli sempre e comunque, azzerando la loro responsabilità individuale.
Esiste un cortocircuito Scuola-Famiglia, in passato esisteva un’alleanza educativa tra insegnanti e genitori, adesso i genitori si schierano contro l’istituzione scolastica pur di proteggere l’ego del figlio, privando la scuola della sua naturale autorevolezza e abolendo il concetto di merito.
La scuola è sotto attacco: se un ragazzo va male a scuola, la colpa viene data ai professori; se viene bocciato o prende un’insufficienza, si ricorre al TAR.
La cancellazione dell’errore: toglie ai giovani la possibilità di capire lo sbaglio, generando l’illusione che ogni loro comportamento sia privo di conseguenze reali.
2.ECCESSIVO PERMISSIVISMO E LA “COMODITÀ”Per Crepet esiste un lassismo dei genitori, un sinonimo di disimpegno che va oltre la semplice contrapposizione tra permissivismo e severità.
I genitori dicono sempre di sì, per evitare discussioni e fatiche emotive, cosicché molti adulti preferiscono acconsentire ad ogni richiesta.
Per lo psichiatra che definisce questi genitori “mono-neuronali” o “pavidi” esiste un evitamento del sacrificio.
Educare richiede tempo, presenza, dedizione e la forza di sostenere i “no”, sforzi che la società attuale tende a scavalcare per quieto vivere.
3. L’INCAPACITÀ DI GESTIRE LA FRUSTRAZIONEQuesto modello produce ragazzi emotivamente fragili.
Crepet li definisce “Piccoli Buddha“, senza paletti o limiti, e senza anticorpi contro le difficoltà della vita.
Diventa “analfabetismo emotivo”, quando questi giovani incontrano il primo vero rifiuto (un brutto voto, un no in amore, un fallimento lavorativo), non hanno gli strumenti per gestirlo, scivolando nella depressione o, nei casi peggiori, nella violenza.
Proteggere i figli da qualsiasi difficoltà, l’eliminazione degli ostacoli da parte dei genitori (i cosiddetti “genitori spazzaneve”) porta a giovani che non conoscono la frustrazione, rischia di non far sviluppare ai ragazzi la tolleranza alla frustrazione e la resilienza necessarie per affrontare le difficoltà della vita.
Secondo questa visione, difendere sempre i ragazzi,anche quando sbagliano, rischia di privarli di esperienze fondamentali per crescere: accettare un fallimento, assumersi le proprie responsabilità e imparare a rialzarsi dopo una delusione.
Perché amare un figlio non significa necessariamente dargli sempre ragione.
Perché educare significa anche avere il coraggio di direqualche no, come a volte significa anche insegnargli ad affrontare un no.
Essere genitori, non significa cercare continuamente l’approvazione dei figli, ma saper offrire ascolto, affetto, regole e punti di riferimento.
Molti esperti sostengono che il passaggio da una famiglia “etico-normativa” (basata su regole rigide e sul dovere) a una “affettiva” (incentrata sulla felicità del figlio e sulla continua negoziazione) abbia tolto ai giovani dei confini chiari.
L’alternativa al permissivismo non è l’autoritarismo rigido, bensì l’autorevolezza: la capacità di ascoltare e accogliere l’altro, mantenendo però saldi i confini, le regole e le conseguenze delle proprie azioni.
Un genitore può essere complice e comprensivosenza rinunciare alla propria autorevolezza.
La sfida attuale per genitori ed educatori sembra essere la ricerca di una “autorevolezza affettiva”: la capacità di porre confini e regole chiare (dire dei “no” che aiutano a crescere) senza far mancare il supporto emotivo e l’ascolto di cui i ragazzi hanno bisogno per orientarsi.
Genitori che tornano a fare i “capitani” e non gli amici dei propri figli, riscoprendo il valore educativo del limite, del no e del coraggio di lasciarli fallire affinché possano imparare a rialzarsi da soli.
Non bisogna privare i giovani dell’attrito necessario per crescere e maturare – ma di riscoprire il valore della presenza – perché educare richiede tempo, fermezza e soprattutto responsabilità.
Una presenza che non si misura nei beni materiali concessi per colmare le nostre assenze, ma nella disponibilità.
L’autorevolezza che non deriva dall’imposizione o dalla rigidità, ma dalla coerenza e dalla trasparenza del proprio sentire.
Comprendere le cause di un comportamento (empatia) è fondamentale, ma spiegare non significa giustificare.
Quando un adulto finge di non conoscere l’incertezza, la paura del fallimento, la solitudine o il dolore, traccia con il figlio o con un discente, un solco incolmabile.
L’empatia nasce invece sul terreno comune dell’imperfezione: mostrare a un figlio o a uno studente che anche l’adulto attraversa la fatica di esistere, che sbaglia e che sa rimettersi in cammino, restituisce al giovane la legittimità di sentirsi fragile senza vergognarsi.
Crescere un figlio, nonsignifica soltanto proteggerlo e renderlo felice, voler bene non significa evitargli ogni difficoltà, ma prepararlo ad affrontare la vita, significa insegnare il rispetto, trasmettere valori e aiutare i ragazzi ad affrontare le difficoltà.
Un altra contraddizione è la mancanza di esempio, genitori che si comportano come non vorrebbero vedere nei figli.
Che senso ha, se diciamo loro di usare rispetto, costanza, senso del dovere e poi noi per primi non lo facciamo; perché i figli i giovani vanno oltre le parole: osservano come ci comportiamo!
Non servono grandi e lunghi discorsi perché i figli ci guardano, ci osservano, ci respirano oltre le parole: serve essere un modello per loro.
Sono quelle cose ti restano dentro da grandi, riusciamo finalmente a capire e a comprendere il senso di quello che ci è stato trasmesso.
E forse il punto centrale della riflessione è proprio questo:
Non basta essere amici dei propri figli: bisogna anche saper essere adulti!
Crepet fa riferimento anche alla Scuola:
“Da quando abbiamo smesso di bocciare la scuola ha perso la sua autorevolezza”.
La scuola, ha progressivamente perso parte della propria funzione educativa delle nuove generazioni, anche a causa dell’indebolimento del concetto di merito.
La discussione tra scuola permissiva e scuola che richiede impegno è sempre aperta e accesa: La scuola deve soltanto insegnare o deve anchepretendere?
Si discute di voti, bocciature, disciplina e del rapporto tra insegnanti, studenti e famiglie, ma la domanda principale sarebbe:stiamo davvero preparando i giovani ad affrontare le difficoltà della vita, oppure cerchiamo troppo spesso di proteggerlida qualsiasi fallimento?
Perché imparare a perdere, accettare un brutto votoe assumersi le proprie responsabilità può essereimportante quanto ottenere un successo.
Insegnare ed educare i giovani, oltre la preparazione, che il risultato non è sempre dovuto e l’impegno non è facoltativo!
Un genitore o un maestro che ha rimosso la propria vulnerabilità, che si presenta come un monumento di granitica infallibilità o che fugge dall’angoscia rifugiandosi nella frenesia del fare quotidiano, non potrà mai essere un interlocutore credibile.
In definitiva a furia di dare la colpa esclusivamente alla società abbiamo finito per distruggerla!
Abbiamo trasformato “la società” in un’entità astratta a cui addossare ogni colpa, dimenticando che la società siamo noi stessi.
A furia di deresponsabilizzarci, abbiamo frammentato il tessuto sociale.
La tesi è quella del “declino morale”: in pratica il meccanismo dell’abbandono delle norme tradizionali, dei valori religiosi e delle strutture familiari classiche, ha contribuito a logorare la collettività e indebolire il tessuto sociale.
La parola “società” è diventata un comodo alibi, un capro espiatorio universale che permette al singolo di sentirsi sempre assolto. Se la colpa di un fallimento educativo, culturale o morale è del “sistema”, nessuno è responsabile e nessuno sente più il dovere di fare la propria parte.
Non si è più parte attiva di un tutto comunità, Stato e si pretendono solo diritti, diventati personali e assoluti, e in cambio nessun dovere verso la collettività, doveri etichettati solo come imposizioni obsolete.
Distrutta l’idea di bene comune, è rimasto solo l’Io, l’individualismo esasperato, gli altri diventano nemici estranei o rivali.
La perdita di punti di riferimento condivisi può portare ad una minore coesione sociale, alla sfiducia reciproca, e a una crisi di responsabilità verso la comunità: il collante invisibile di qualsiasi civiltà.
Ciò che sta avvenendo è definita con un termine: ANOMIA.
L’anomia è in sociologia, per definizione, la mancanza di norme non scritte della convivenza; una situazione in cui le regole svaniscono e ognuno si muove solo in base al proprio tornaconto o alla propria rabbia.
L’etimologia ancora una volta rende chiaro il termine che deriva dal greco a– (“senza”) e nomos (“legge” o “norma”), in pratica una condizione di assenza, carenza o disgregazione delle regole morali e sociali che guidano il comportamento degli individui.
L’anomia è lo smarrimento e la mancanza di punti di riferimento normativi che si verifica quando la società cambia troppo rapidamente o non riesce più a regolare i desideri e le aspettative dei singoli.
In senso generale, descrive il disorientamento ideologico e il senso di estraneità dell’individuo verso la collettività.
Ricostruire dalle macerie di questa frammentazione, disgregazione sociale, richiede un cambio di prospettiva radicale, da parte di tutti, partendo dal presupposto che: ogni nostra piccola azione quotidiana modella, nel bene o nel male, il mondo in cui viviamo.
Buona riflessione.Roberto Kudlicka
